Pittura nel tempo senza fine
L’esposizione dedicata a Giancarlo Ossola e Antonio Pedretti, in Palazzo Ducale di Sabbioneta, a cura di Claudio Rizzi, presenta due artisti certamente con una propria singolarità di percorso, di poetica, di immagine. Ma appare significativo l’accostamento perché queste due presenze sono riconducibili a una concezione d’arte come tempo, visione, dialettica sia pure estranea all’esistenza.
Occorre infatti intuire lo scenario della contemporaneità, il cambiamento epocale in cui siamo immersi: un cambiamento comunicativo, linguistico, espressivo. Ci sono alcuni richiami che appaiono quasi inevitabili in una lettura sintomatica dell’oggi.
In un recente volume, tradotto in italiano, La crisi dei musei, Jean Clair scrive che rispetto al «culturale» che si diffonde, si disperde, degrada, la «cultura» è una qualità, un’identità che si innalza, si stacca dall’esposizione massmediatica.
Paul Virilio (architetto e urbanista per formazione) è molto presente nella riflessione saggistica italiana attraverso traduzioni. Alcuni suoi titoli: Estetica della sparizione, L’arte dell’accecamento. Viene sottolineata l’accelerazione dove si perde la consistenza metrica ed emozionale, dove scompaiono lo spazio e il tempo a livello simbolico.
Negli articoli e nei libri (L’intervallo perduto, Horror pleni), Gillo Dorfles ribadisce continuamente la scena globale, desimbolizzata dove vengono meno la pausa, il silenzio, la parola, l’archetipo della figura.
Questa mostra per Ossola e Pedretti può essere intesa come un’indicazione nel senso della pittura concepita nella temporalità. Una temporalità che è condizione, vissuto, memoria, dureé, stimmung del colore, luogo e non luogo, il qui e l’altrove, il viaggio e le sue metafore. Nella contemporaneità dei linguaggi, qui la pittura sembra scorrere nell’evento del tempo tra presenza e cifra disperante della perdutezza.
Giancarlo OssolaL’accostamento a un’opera pittorica, si sa, è un dialogo lungo gli anni dove ci sono gli incontri con l’artista, le visite allo studio, la successione ininterrotta delle mostre, la rimeditazione dei testi nei cataloghi. In varie circostanze ho potuto riflettere, scrivere sulla pittura di Ossola. Mi sono particolarmente presenti, quasi per un tratto emotivo, quelli che sono stati i primi interventi (se non cado in errore): un articolo sulle pagine culturali del giornale di Varese «La Prealpina»; una presentazione alla pittura di Ossola nel catalogo di una mostra nell’Istituto Civico di Cultura di Luino dove c’era uno scritto in prefazione di Piero Chiara.
Certamente nel riguardare negli scaffali la documentazione del cammino di Ossola, si ha proprio la sensazione di un lavoro smisurato: cataloghi in spazi pubblici e privati (alcune Gallerie non più operanti sono state riferimenti storici nell’arte a Milano); una ricchezza di testi, contributi (con testimonianze variamente anche di critici-scrittori come Giovanni Testori, Vittorio Sereni, Giovanni Raboni, Dante Isella, Roberto Tassi).
Può essere difficile intervenire oggi con una considerazione, un varco in qualche misura inedito. Ma proprio in previsione dell’esposizione a Sabbioneta sono stato a lungo davanti ai quadri di Ossola nella circostanza di una mostra, in questo periodo, dedicata a Ossola, con il titolo Spazi marginali, alla Fondazione Bandera di Busto Arsizio (per la cura di Letizia Bollardi e Cristina Meregola). Bisogna proprio dialogare con la presenza del quadro: la materia, il colore, la luce, l’evocazione; entrare nell’evento stesso di uno spazio, di un allestimento.
Mi si è confermato e vorrei ribadire ora nella presente riflessione il cammino di Ossola così segretamente e lucidamente consequenziale: la città e periferia; la fabbrica e l’interno; l’Atelier; le stanze. Nella poesia, nell’arte non c’è un tempo empiricamente cronologico (del prima e del dopo), ma c’è di più un tempo «circolare» (fra coscienza ed espressione, fra momento critico e momento poetico). A Busto Arsizio per esempio ho visto, negli anni d’esordio, un quadro dal titolo Periferia addirittura del 1958: un quadro in nero. Con uno scatto, un’intuizione, quel nero di periferia è senza simboli, senza metafore, senza colori: già immerso in un inconscio oscuro.
La città, la periferia si pongono oltre il paesaggio urbano. Un aspetto da sottolineare è la consapevolezza confermata dagli scritti che si trovano in parte antologizzati nei cataloghi. Nell’insieme questi scritti sono riconducibili al ritratto in fieri della propria pittura.
Tra movenze, accenti, un sentire, questi scritti fissano, anche irrevocabilmente, il senso di una visione, di una poetica: il rifiuto, il reperto, gli oggetti precari, il disguido della dimenticanza, i relitti. Tutto ciò viene a costituire le «parole» smarrite, l’avventura profonda dello «sguardo» rispetto alla scena del «vedere»: la periferia dell’esistenza, dell’abbandono.
«Gli spazi marginali» (con le sue parole) sono un superstite luogo pittorico. La pittura si nutre da tempo ai margini, non al centro, troppo dichiarato e cosciente, della cultura. Su questo tema del «margine» e del «centro» si possono ritrovare richiami nella più acuta saggistica europea. Valga l’esempio di una citazione. Michel Foucault (nel libro Archivio Foucault) scrive che «il solo modo di essere nel cuore della letteratura è quello di mantenersene indefinitamente al limite».
Sulla città, sulla periferia ci sono pagine e opere che hanno una intensità di suggestione e segnano in qualche modo un periodo di letteratura e di arte. Ricordiamo il fondo struggente nei Segreti di Milano di Giovanni Testori; ricordiamo la «bianchissima nebbia» di Vittorio Sereni o «la città dai poveri cantieri» di Alfonso Gatto; ricordiamo l’atmosfera dei quadri del Realismo esistenziale; ricordiamo anche il cinema. Nei quadri di Ossola c’era una materia monocroma, un territorio figurale fatto di tracce, una «fuga dalla città» (con un suo titolo), un bisogno di spostamento verso un approdo di «periferia» irrelata, mitica.
L’interno, nei quadri che si rapportano a questa indicazione tematica, è la necessità di definire uno spazio: delimitare uno spazio per resistere al vuoto. Qui il pittore, negli strumenti umani e nel declino dei simboli, consuma il mistero tanto più colmo quanto più quotidiano.
Il segno iconico dell’interno era il procedimento di Alberto Giacometti che, nel contorno del quadro, staccato dal contingente, voleva arrivare all’espressione del volto, all’espressione indecifrabile, indicibile del volto umano. Nell’interno di Ossola ci sono i sedimenti, i materiali, i depositi della memoria. Ci sono le stratificazioni del tempo. Con il paradosso filosofico che la vera presenza è la sua «inattualità».
In un ulteriore spostamento rispetto all’interno c’è la nozione di Atelier. Un bel catalogo di Ossola (edito da Skira per la Galleria Trentadue di Alfredo Paglione) ha come titolo Atelier: nella finitezza di uno studio si svolge il tempo della pittura. Gli oggetti diventano via via simboli per ritornare poi allo spazio infigurabile. Qui il pittore consuma le partenze e i ritorni come nella solitudine di uno specchio. C’è la pittura nella pittura come nei quadri in omaggio a Giacometti, Gruber, Bacon, Vlaminck.
Infine le Stanze. È la forma qui, e quasi la geometria (porta, finestra) a spostare la visione del quadro in un «oltre», in un congedo, in una «luce metafisica». Un’affermazione di Giancarlo Ossola: «Mi interessa sempre più la storia del non accaduto».Antonio Pedretti
Con Antonio Pedretti, in periodo recente, accompagnato da Claudio Rizzi, ho avuto un incontro (per predisporre e dove ho potuto scrivere un testo saggistico). È stato finora l’unico incontro. Ma subito ho avvertito il senso di un dialogo, di partecipazione. La figura stessa di Antonio Pedretti con quel tratto di intuizione, di apertura, di umano, di presenza della pittura e forse anche di lieve disincanto.
In quella visita mi è sembrato di ritrovare una sorta di alfabeto della sua pittura. Spesso cade il rimando al «luogo» pittorico: luogo naturalistico, luogo della pittura informale, luogo del corpo (Bacon, Varlin, certa pittura europea amata da Giovanni Testori), luogo mediatico (nella sintassi dei linguaggi della contemporaneità).
Lì, in quella visita, ho ritrovato un «luogo» che si coniuga con la dismisura di un non luogo: il qui dell’esistenza e l’altrove.
Ad alcuni suoi dipinti Antonio Pedretti può dare l’indicazione di Paesaggio: paesaggio orizzontale, paesaggio verticale, studio di paesaggio. Ma è un paesaggio dopo il paesaggio. Il suo paesaggio più che spazio di natura è tempo della coscienza. Il suo è un paradigma psichico in una coniugazione, o in un viaggio senza confini.
Francesco Arcangeli in un frammento delle sue pagine scrive che ci sono artisti del Novecento che non avrebbero potuto trarre origine da un contesto di «città», bensì da un luogo inedito e quindi inesplicabile.
Se voglio capire Alberto Giacometti (che aveva una cultura di Parigi) mi reco nella sua valle in Svizzera: in quel primordio della valle e della montagna comprendo la sua scultura, la sua pittura disperante.
Antonio Pedretti ha un’espressione per la propria poetica di «sentimento laico»: la sua pittura non è confortata da relazioni tematiche, da codici situazionali. Una pittura la sua tra materia e antimateria, visibile e invisibile, segno e colore. Non un tempo fermo, ma un tempo mobile nel flusso, nell’accensione, nell’oscurità, nel transito: fino all’ipotesi della forma che ritrova in se stessa una specie di ultima ratio.
Ecco l’orizzonte (tra poetica e linguisticità) dei colori dove presente, passato, futuro si coniugano in una loro circolarità: i bellissimi grigi dell’assenza, della malinconia, della vita che non parte; gli azzurri della lontananza; il nero della notte (Di notte è un suo titolo); il bianco come la pagina bianca che è prima e dopo ogni linguaggio.
Certo, per i colori, in un’intervista, Antonio Pedretti ricorda i luoghi delle sue origini: la palude, il lago, una certa sommessa effusione lombarda. Ma poi dice: «Credo di aver avuto qualche influenza da grandi pittori che continuo ad amare. Come Constable e Turner. Mi danno delle emozioni grandissime».
Stefano Crespi
Prefazioni:
Massimo Zanello
Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della LombardiaClaudio Lodi Rizzini
Assessore a cultura, turismo e biblioteca del Comune di SabbionetaTesti:
Claudio Rizzi
"Giancarlo Ossola, Antonio Pedretti: antitesi e simbiosi"
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