Imminenze

Dolores Previtali - Pierantonio Verga

 

Quel luogo dell’evento

Con opere di pittura di Pierantonio Verga e di scultura di Dolores Previtali viene ideata e curata un’esposizione a cura di Claudio Rizzi.
Una mostra, per la scelta, il profilo, e anche per il luogo in cui avviene, ha un connotato linguistico, tende all’unicità di un evento espressivo.
Qui, suggestivamente, vengono a coniugarsi pittura e scultura, visibile e invisibile, la materia della scultura e le epifanie della pittura: la casa del poeta di Verga e il coro figurale della Previtali.
La circostanza immediata della mostra ha avuto il suo stimolo nella visita, con Claudio Rizzi, agli studi del pittore e della scultrice. Da Desio a Robbiate (in provincia di Lecco) una bellissima giornata ricca di passione e di umano.

Pierantonio Verga: la casa del poeta

Varie sono state le occasioni di accompagnare con la riflessione, con uno scritto, esposizioni di Pierantonio Verga (a cominciare dalla mostra a lui dedicata a Desio, a Villa Tittoni-Traversi, nel 1993). Mi è sembrato di assistere a un continuo viaggio in un orizzonte espressivo, poetico, tematico.
È un’opera che si espande, si trasforma, rinasce, ritorna al paradigma dell’origine. La direzione di questa pittura è un movimento dove gli aspetti più lontani (e apparentemente antitetici) si rapportano in una temporalità che è la frase senza fine della vita nel mistero della pagina bianca.
Vengono a coniugarsi, in una sorta quasi di reciprocità, segno e sogno, umano e altrove, luogo e non luogo, lo spazio e lo sguardo. E sempre con un proprio alfabeto, il tocco, il colore, l’individualità accidentale e irritornabile. Pittore con una consapevolezza la quale può attraversare fulmineamente informale, astrazione, spazialismo, punte anche di concettuale. Suo è quel gesto che diventa via via congedo e atto espressivo, esplorazione e ritrovamento.
Per questa circostanza, ho pensato di riordinare una considerazione richiamando quei punti che lungo gli anni mi sono sembrati significativi, sintomatici nel cammino di Verga: la sua figura umana anzitutto; e poi sequenze tematiche esemplificative come i cieli, letture scritture e stelle, la casa dell’angelo, la casa del poeta che è la dimensione ciclica della presente esposizione.
Prevale a volte nella lettura critica un atteggiamento storicistico, situazionale. Ritengo invece sempre più importante (come in esempi della cultura francese) un’attenzione a qualche tratto del personaggio umano del pittore: la visita allo studio, note di diario, di ricordo biografico.
A riguardo c’è un breve episodio che per me rimane stupendo ed esemplare. In una pagina del libro Arte per amore, Ernesto Treccani, in occasione di un soggiorno a Parigi nel 1961, racconta di aver chiamato telefonicamente Alberto Giacometti per un appuntamento. L’avrebbe aspettato, in un’ora stabilita, al Flora di Parigi. Treccani non conosceva di persona Giacometti. Ma l’avrebbe riconosciuto, perché sarebbe stato la figura di una sua scultura. Scrive Treccani: “Ognuno di noi, mi dicevo, somiglia alle cose che fa”.
Pierantonio Verga è la sua pittura: la misura così anonima, feriale dei luoghi in cui l’ho incontrato, e la dismisura del suo racconto artistico. Lo stesso suo nome (come ho già avuto modo di ricordare) suggerisce un inesausto “vergare”: rustico e raffinato, monastico e avventuroso.
Ogni volta lo stimolo a un ricordo, a un pensiero sulla pittura. Mi rimangono nella memoria due richiami che mi suggerì contemporaneamente. Due nomi certamente emblematici, ma così (apparentemente) distanti: Lucio Fontana e il filosofo (dell’esistenzialismo) Romano Guardini. Verga ha frequentato Lucio Fontana che rimane per la sua espressione artistica un’esemplarità: è l’esistenza spaziale oltre l’arte.
Romano Guardini può rappresentare il viaggio di ritorno nel sentimento dell’interiorità. Vado a rileggere una sua pagina dal saggio splendido Ritratto della malinconia: “Tutto ciò che nel mondo si lascia intendere e merita di essere inteso, non suona mai, così amabilmente e affascinantemente come quando lo si ascolta da un angolo, dove quasi ci si debba appostare per intendere. Così, più d’una volta ho cercato il mio angolo”.
Ecco la pittura di Verga, con un fascino e quasi con una punta di paradosso: la spazialità di Lucio Fontana e “l’angolo” di Romano Guardini.
In una nozione complessiva la pittura di Verga può essere riconducibile all’immagine del cielo. Se il Novecento è progressivamente la caduta dell’evento, rappresenta anche una varia, inedita apertura al cielo: i cieli immensi, disperanti di Nicolas de Staël, i cieli assenti di Eugenio Montale, il cielo dell’“oltre” di Lucio Fontana.
I cieli in Verga sono il transeunte, l’immaginazione, l’invenzione linguistica, una celeste geometria. Scorrendo i cataloghi, vedo che i cieli vengono anche denominati Sguardo. Gli occhi sono apparenza sensibile, lo sguardo è idea, ricordo, lascito del profondo rispetto alla vita empirica. Ecco, nella pittura di Verga, accanto alla distensione sconfinante dell’immagine, configurarsi il “qui” dell’esistenza, il cielo come visione dell’interno, come sguardo.
Nella fine della lingua, nella scomparsa delle parole, sono ricorrenti nella pittura di Verga i temi delle lettere, lettere antiche, lettere mute, stelle, mappe. Noi siamo un linguaggio nella frase infinita. Tra forma e informe, tra io e mondo, queste letture diventano la scrittura dello stupore, di un tempo remoto, di un dizionario smarrito in uno sfondo mitico prima dei linguaggi.
Intuizione poetica è il tema della casa dell’angelo. Nell’iconologia c’è una memoria delle antiche icone. Ma anche qui, con una punta di originalità, Verga mi mostra, isolata in lontananza, la forma della collina di Montevecchia.
La dimensione dell’angelo ci accompagna: è un incanto breve, o una nostalgia, o un conforto, o una trepida illusione.
In una serata a Desio, dedicata alla pittura di Verga, con particolare riferimento alla casa dell’angelo, ho menzionato alcuni riferimenti della poesia e dell’arte sull’angelo: Rainer Maria Rilke, Wallace Stevens, Giovanni Testori che amava a Ponteranica nel bergamasco quell’angelo annunciante del Lotto come “momento di luce sublime”, un volume che era appena uscito di Mario Botta, La lingua degli angeli.
In quella serata avevo letto anche un frammento di una prosa di Cesare Angelini sull’angelo (da un piccolo libro della Locusta di Vicenza). Cesare Angelini era un sacerdote e umanista, per anni elzevirista sulla terza pagina del “Corriere della Sera”. Questa la citazione dalla pagina di Cesare Angelini: “E tornato alla mia camera nuda come una cella, chiudendo l’uscio e accostando gli scuri, tremavo dalla gioia che mi dava il sapere, quasi il vedere, che ci avevo rinchiuso un Angelo proprio tutto per me”. Davanti a queste parole, ricordo di aver notato da parte di Pierantonio Verga un improvviso moto di adesione, di partecipazione.
In quella camera come una cella siamo già nella casa del poeta. Tra la casa dell’angelo e la casa del poeta c’è un movimento di reciprocità. Nella casa dell’angelo resiste forse di più un’icona del simbolo. Nella casa del poeta c’è la malinconia, una punta di disincanto, ma anche la fascinazione in un vento di perdutezza. Un’immagine che si dispiega tra il volo di Licini e quella regione intima, segreta di Klee.
Nella Stimmung della poesia non esiste il tempo cronologico delle date. Nei quadri della casa del poeta, mi sembra di ritrovare il suo studio in quella che era stata la mia prima visita. Era allora un piccolo studio in una corte lombarda. C’era un poco di orto, il muro dell’edera, l’ombra del pino: attraverso il rettangolo della finestra uno spazio di cielo. Era un’immagine della casa del poeta di oggi.
La casa del poeta si apre a un giro quanto mai vario dei colori (blu, verde, giallo, nero, bianco, grigio, rosa). Sono i colori della pittura, ma anche i colori della poesia dove la vita non consiste, si perde nella lontananza: dove le parole esistono senza alcun appoggio se non l’attimo e la grazia della loro pronuncia.
Per questa sequenza di opere c’è un testo che credo possa risultare emozionante in relazione alla pittura. L’autore è Robert Walser (tradotto in Italia soprattutto nelle edizioni Adelphi). Svizzero nella punta più radicale e improbabile di una Svizzera esonerata dalla storia. La vita è un “lembo”. Walser per Claudio Magris è “il più irrevocabile addio alla totalità”. Una sua prosa ha come titolo Di un poeta. Un poeta si china sulle sue poesie: una è semplice, una è enfatica, una è impacciata, una è affascinante, una è ineffabile. Il poeta che le ha scritte piange piegato sul libro, mentre il vento gli scorre tra i capelli come una “risata”.
Osservo le immagini di Verga, sulla casa del poeta, in una località solitaria (nei pressi di Tornavento). Una trattoria con spazi all’aperto, dove mi reco nei giorni d’estate. Un disguido della dimenticanza. Scorro le immagini di Verga: la memoria, l’affetto. I colori di ciò che non è stato vissuto, la musica perduta delle parole.

Dolores Previtali: la voce della scultura

Spesso mi capita di ribadire che il primo incontro con l’esperienza di un pittore, di uno scultore rappresenta un po’ una condizione simbolica. Si mettono in atto aspetti anche emotivi: il viaggio, la visita, lo scenario del luogo, lo studio, la presenza viva delle opere, il dialogo con la scultrice, le parole, pause di silenzio. Tutto può concorrere alla condizione dell’incontro, compresi segni apparentemente in margine, comprese intuizioni o intermittenze sia pure incerte.
Nello scorrere ora i cataloghi, nella memoria della visita, mi si apre, quasi in modo naturale, una rimeditazione della scultura di Dolores Previtali legata a uno schema in tre momenti di riflessione: anzitutto una trama molto varia, libera di relazioni, di “tramandi” in scultura che mi sono apparsi l’orizzonte, la cultura, la poetica, la memoria, l’inconscio di Dolores Previtali; in secondo luogo una considerazione sulla voce al femminile in poesia e in arte; e poi alcuni temi che sono l’espressione di queste sculture.
Nell’incontro la percezione è stata subito la dimensione vissuta della scultura. Nella consapevolezza dell’oggi, nel mutamento epocale dove tutto sembra accadere e svanire come su una superficie mediatica appaiono queste sculture che sono corpo, figura, gesto. Sculture verso un’essenza in uno svolgimento di una tradizione esemplare.
Dolores Previstali è nata a Bergamo. Ricordiamo Manzù per il quale la scultura era il gesto commovente delle mani. Ricordiamo il pathos di Arturo Martini, la sua visione profonda dell’umano nel limbo novecentesco della caduta simbolica dell’arte.
Davanti a qualche sua scultura Dolores Previtali mi richiama con sentimento ammirativo, Alberto Giacometti. E certo in Giacometti la figura rimane l’approdo estremo e stremante nella fine dell’evento. Ma nell’impaginazione, negli allestimenti, in temi come la Piazza, Giacometti tendeva al superamento di un connotato esistenzialistico verso una concezione di “totalitè de la vie”.
Dolores Previtali ha una visione interiore. L’arte, pur nelle consapevolezze, ha un legame con lo sguardo del profondo. Ecco perché, tra tutti i possibili rimandi, davanti alle sculture, ai temi delle sue sculture, mi è sembrato di ritrovare quasi una lontana memoria dei Sacri Monti, del loro grande evento corale; una memoria della parola irripetibile di Giovanni Testori che, nello scrivere di Gaudenzio Ferrari o di Tanzio da Varallo, sapeva comunicare la passione, la partecipazione di un viaggio (di cappella in cappella, dalla tremante Annunciazione all’atto culminante della Crocifissione). Una poesia che potrebbe salire in cielo, scriveva Testori, non solo per creature nutrite di mitologia, ma nutrite di una loro incommensurabile “povertà”: “nel fatto di essere nate lì, in una valle, in un paese, e di dover lì tutto risolvere della loro esistenza”.
Un secondo aspetto, come si è detto all’inizio, è la voce al femminile. Le sculture di Dolores Previtali sono figure senza volto. In qualche catalogo è riprodotta una sua fotografia significativa: il volto fermo quasi in una sillaba dell’ascolto, del tremore, dell’interiorità. È l’autoritratto della sua scultura.
È la diretta espressione della voce al femminile. La saggistica (soprattutto francese) distingue la “voce” dalla “scrittura”. La scrittura appartiene di più a un codice (grammaticale, intellettuale, “maschile”); la voce è il ritrovamento, la memoria, lo sguardo, il silenzio. Il Novecento conosce grandi voci della poesia al femminile. E in arte una mostra è stata promossa da Vittorio Sgarbi a Palazzo Reale di Milano, L’arte delle donne. Nel giro delle affinità con Dolores Previtali, mi si ripresentano quasi esemplarità nomi come Camille Claudel (le sculture nel mistero del silenzio, dell’abbandono), di Antonietta Rapaël (quel primordio della figura amara e tenera).
Infine, nell’accostamento diretto alle sculture di Dolores Previtali, c’è l’intuizione molto vera dei suoi titoli ricorrenti. Titoli che suggeriscono l’evidenza, il senso di un cammino. La prima indicazione è Figure, Uomini.
Quando si parla di figura non possiamo più ricondurci a un’unità formale, a una concezione umanistica, dove la figura era collocata nella piena luce di un’idea. C’è la frantumazione novecentesca. Nella figura (negli Uomini) Dolores Previtali esprime la presenza, l’assenza. Esprime la figura, libera dal figurativo: senza certezze, senza categorie, ma in una condizione invalicabile del tempo, dell’esistenza, della scultura.
Coro è un altro titolo folgorante che comunque è implicito nei gruppi sculturali di figure e uomini. Il Novecento sembra procedere verso le solitudini, la scena desimbolizzata: uno spazio linguistico privo dei misteri della temporalità.
Dolores Previtali dice la coscienza dell’oggi e dice la coralità. Lo psichiatra Eugenio Borgna, in un percorso di vari volumi e con una rara attenzione al mondo della poesia e dell’arte, ha un titolo stupendo: Noi siamo un colloquio nel senso del destino indiviso degli uomini, nel senso che la solitudine agisce nel circolo infinito delle relazioni. La coralità è il dato sensibile di Dolores Previtali: quelle sue figure nel magma dell’esistenza, in un abbraccio nel silenzio del cielo.
Un altro suo titolo è In cammino. È il viaggio, la condizione e metafora verso l’altrove. Tutto implode nell’attualità. E qui, nelle sculture di Dolores, riprende il viaggio che libera l’esistenza dalle ragioni contingenti verso ciò che rimane, sia pure in modo indecifrabile, l’evento.



Stefano Crespi

Opere in mostra

Prefazione:

Massimo Zanello
Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia

Fabio Passera
Sindaco di Maccagno

Testi:

Claudio Rizzi
"Imminenze"


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