Francesco Dalmaschio

 

Lo studio è nella palazzina di recente costruzione, il laboratorio nella vecchia casa. Tutto ruota intorno a Virgilio, il paese che trae nome dal poeta che fece grande Roma, Egloghe, Bucoliche e l’epica Eneide.
Grande cantore è anche Francesco Dalmaschio ma in tono sommesso, nella timidezza innata di chi, se proprio occorre dialoga; ma se può, appena può, torna nel nido e si rinserra.
Le sue tavole, quadri, dipinti o pagine scritte, potrebbero persino considerarsi reincarnazione del grande poeta, musicalità di metrica e tono, lirica profonda e ritmo esatto. Invece sono carte di un pittore che non si considera grande ma è grande il suo lavoro.
Nel candore dello studio tutto sembra in equilibrio totale quanto inamovibile. Un lindore sovrano. Alla constatazione di ordine perfetto, lui risponde che è l’unico modo per ritrovare le cose. Per conservarle bene è sottinteso.

Le opere sono avvolte da un velo di plastica. Tra le matite e i pastelli non manca una punta. Il piano di lavoro è lucente come un tavolo chirurgico.
Tutto ciò necessita a Francesco Dalmaschio non solo nel nitore morale del carattere, ma nel sistema, nella carta intonsa, nel segno indenne da contaminazione.
Nello studio dipinge. Nel laboratorio sotto casa prepara la carta; la produce lui, tra cellulose e vasche d’acqua, alambicchi ed essiccatoi. E taglia e forgia i telai, le forme di legno, irregolari e inattese, che accolgono i dipinti, che diventeranno tavole della storia e segni del tempo.

Scrittura come retaggio di antico e di cultura, come reperto di confessione, suggestione e scrigno del passato.
Epigrafi come diario, fotografie dello stato d’animo e ammissioni silenti. Tavole in forma di busta di carta da lettera, busta chiusa e scritta, il segreto è all’interno, custodito nel legno, inarrivabile e ignoto.
Dalmaschio, nel sorriso di ironia timida ma divertita, alimenta dubbio e domanda, sigilla la busta e i contenuti di racconto.
Il bianco dello studio avvolge il bianco dei dipinti, si confonde talvolta e suggerisce un annullamento del tutto, quasi a dire che nella luminosità risaltano i segni così come nella nebbia si esaltano i suoni.

Non a caso l’ultimo ciclo di lavoro si intitola “i rumori della nebbia”.
È ulteriore ritratto di Dalmaschio. Capace di tematiche in prospettiva profonda, di linguaggio europeo oltre i brevi parametri del mercato nazionale, richiama la propria terra, afferma le cose di casa, la radice e la ragione d’essere là dove è nato.
Come l’esaltazione dei salami e dei formaggi che lui e gli amici di sempre gustavano nei ritrovi settimanali, lì tra le sue carte protette, tra il banco da cucina e il tavolo da lavoro.

Ma ora hanno interrotto la consuetudine: uno tra loro è sofferente e lotta contro la malattia. Il simposio è sospeso. Francesco e compagni hanno dichiarato forfait.
La solidità dell’amicizia e il valore etico dei rapporti umani nutrono la quotidianità.
Un valore di quella terra, di caldo e di nebbia, di cultura atavica e di forza sobria, che Dalmaschio intona nelle lettere al mondo senza attesa di risposta.

 

Strappano, 2007, carta su tela e legno

Perché venne la luce, 2004,
tela, legno, acrilici su carta

 

Prefazione:

Daniela Benelli
Assessore alla Cultura, Culture e Integrazione della Provincia di Milano

Massimo Zanello
Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia

Francesco Tadini e Melina Scalise

Testi:

Claudio Rizzi
"Luci della ribalta"


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