Osservava affascinato i depositi ferroviari, binari, vagoni, cataste di legno e di carbone, colline di nero, montagne di riflessi. La stazione era l’inizio del mondo. Sulla riva del mare ascoltava i pescatori, il vento, l’orizzonte.
Ai piedi del santuario dedicato al Santo Francesco, influenza del culto materno e genetica di chi nasce a Paola, disegnava ulivi e pellegrini di pace.
Il treno lo condusse al nord per il servizio di leva e alla conclusione suo padre lo incoraggiò a rimanere là, nelle nebbie di Lombardia, dove spazio e luce potevano risplendere più che nel sole di casa, dove la terra risuonava più fertile per accogliere attese e ambizioni.
Inizia così la storia di Massimiliano Marra, che a Monza diventa Max e avvia un lungo cammino.
La figura imponente, il volto ascetico, barba da monaco oppure apostolo, ricorda l’iconografia carismatica dell’Est o le reminescenze epiche delle Crociate.
Dal meridione porta con sé il senso del rispetto, dell’amicizia, della solidarietà. Concetti che travalicano la misura dei sentimenti e definiscono un’etica tanto radicata da divenire prospettiva esistenziale.
Ha metabolizzato il viaggio dell’umanità, esodo, sofferenza e fuga. Ne ha fatto motivo attento di cicli di lavoro, di titoli di opere e di mostre.
Interpreta la migrazione in lettura storica, oltre l’aspetto di contingenza, nel concetto di nazione infranta più che nella soggettività di vicenda.
Le vele, le corde, i tiranti presenti nei dipinti e nelle sculture sono barche della speranza, testimoni austeri di epoche senza fine. Risuona eco di fenici e di vichinghi, di luoghi dispersi e ritrovati, di naufragio e di salvezza. I suoi totem sono idoli e miraggi, mete e chimere.
Il peregrinare umano è metafora dell’animo, ansia, ricerca dell’assoluto.
Nella mole forte si direbbe una calma imperturbabile come atarassia ma nell’indole non esiste sosta e la spinta verso un altrove, il richiamo continuo, urgono come canto di sirene.
Ulisse di tempi moderni, Max Marra salpa e approda anche tra le pareti dello studio.
Ripercorre giorni e sensazioni tra le opere che segnano traccia, rilegge emozioni, si rituffa nel futuro per varcare la soglia del tempo.
Eppure si mostra pacato e sereno, l’aspetto spirituale come guida di esperienza, il sorriso rassicurante come stretta di mano.
La navigazione di lungo corso non ha indebolito le energie e la progettualità è vulcanica, indomita, coinvolge amici e colleghi, appassiona sino a condividere la rotta. Conserva intatto l’ideale di gruppo, di cenacolo, di nuovo umanesimo nonostante ferite alla fiducia e pagine rotte nel libro dei sogni.
Riversa nell’insegnamento un impeto grande e un credo sicuro: per calibrare gli strumenti di orientamento e consentire l’autonomia del viaggio. Per dotare gli studenti del mestiere della vita e riceverne colloquio.
Gli spazi totali veleggiano nelle superfici tese e tonde dei lavori che simulano onde e deserti, solitudini e infinito, cadute e trionfi dell’animo. Il colore talvolta si esalta e talora si attenua, come la voce dopo il canto intona il silenzio.
Per tornare nello sguardo profondo a ripercorrere il cammino del Santo, ricerca mistica del mondo intorno all’uomo.
Incontro Cosmos d’Oriente, 2009,
tecnica mista su yuta
Odorosa sequenza di Cosmos in campo nero, 2009, tecnica mista su yuta
Prefazione:
Daniela Benelli
Assessore alla Cultura, Culture e Integrazione della Provincia di MilanoMassimo Zanello
Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della LombardiaFrancesco Tadini e Melina Scalise
Testi:
Claudio Rizzi
"Luci della ribalta"
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