I lavori di Gianni Brusamolino si aprono su orizzonti moltiplicati, tutti simultanei, quasi fossero tessere disposte in modo da comporre la scena principale, e tuttavia autonome. Tele che si spalancano su molti schermi, coperchi che liberano sogni e vicende. Il Grande guerriero delle ombre (2006) e il Guardiano architetto (2005) danno un’idea chiara di questo andare, come Lewis Carroll, «oltre lo specchio». Dall’omonimo ciclo scultoreo arriva Tra-perari in pittura (2005) e la figura si accende nel moto centrifugo. La mitologia presta all’artista l’occasione di superare i limiti ideologici della modernità, quanto la letteratura, frequentata con eclettismo, offre continui stimoli immaginativi. Nell’ironico Omaggio a Ingres la tecnica del collage dimostra una volta di più l’intima necessità di separare con decisione i piani, perché non si riducano a vacue prospettive, ma implichino la storia e la morale. In questo senso, l’utilizzo del giornale aggancia l’opera al reale, mentre la pittura ne anima le sequenze e si stacca potentemente. Guardiani nel dipinto (2005) e Guardiano di Creso (2006) sono saggi delicati e eleganti, che non rinunciano però alla contundenza del pensiero. Nelle opere esposte c’è la leggerezza trasognata e lirica del Re guerriero guardiano (1999) ma anche il surrealismo delle facce di Simonidi guerriere guardiane (2004). Così la Casa del guardiano pittore (2005) mostra la tenace difesa della cultura. Non lasceranno indifferenti la spaventosa bocca digrignata di Ombre dantesche (2006) e la temperatura lirica de Il sole del guardiano guerriero (2010). Ritratti, poi, come Simonide guerriera guardiana (2001) sembrano riemergere da una memoria epica, da un deposito poetico secolare, con rinnovata fisicità. Sapiente è l’uso del colore, tale da far vibrare, tonali, tele come Profondo concerto 5 o Jazz per guardiano guerriero (2008), che traducono l’inquietudine con un segno nervoso. Allegoria dell’andare è, infine, un olio importante, iniziato nel ‘73 e terminato solo di recente. C’è il pensiero francese in queste opere, c’è Derrida e la decostruzione. In questo meccanismo di ermeneutica incessante, la decostruzione del mito prelude alla sua riformulazione, al suo ricompattamento. Per questo la filosofia vigila infaticabile sulle fasi della creazione artistica. Decisamente raffinato il concetto lirico espresso nella terracotta Ombre e guerrieri (1994), mentre nella Mater Bosnia si ritrova tutta la tragicità ellenica proiettata nel dramma storico contemporaneo, con la doppia declinazione, in terracotta o bronzo. Una pietas ancora una volta classicheggiante, virgiliana. Per Brusamolino la libertà creativa è un diritto irrinunciabile dell’artista. Pieghe e piani possono diventare frattali sociali alla Mandelbrot o cesure poetiche. E così le linee curve assumono valenze ontologiche. Le figure vengono centrifugate in una rappresentazione che è solo apparentemente astratta, poiché il concetto viene “raffreddato” e restituito alla materia. Allo stesso modo, il cubismo, vissuto in presa diretta negli anni Quaranta, umanizzato e onestamente rivissuto, è diventato linguaggio e strumento. Nella stratificazione della scena, gli oggetti precipitano in un punto - il Locus solus di Raymond Roussel - una specie di buco nero, mentre la visione diventa discontinua, intermittente come lo sguardo, cadenzata. Il movimento e i dettagli si raggrumano nelle pieghe del vuoto - il vacuum di Lucrezio. Appare attitudine spontanea pure la ricerca dell’attrito e il riutilizzo dei linguaggi in chiave proustiana - il ricordo, la rimozione. Anche il Futurismo di Boccioni concede all’artista la possibilità di impregnare la figura di azione. E persino l’Andreia-David è un eroe democratico, che custodisce un messaggio universale filtrato dallo sguardo dell’artista: ecco il prototipo dell’«uomo del futuro». Questi guerrieri difendono, infatti, la nostra complessa identità.
Basta una breve carrellata della produzione di questo artista per capirne il calibro. L’inverno e L’estate (1992) sono due sculture in rapporto con lo spazio, sovrapposte al contesto, anzi da esso germinate. L’intrigante Cavalli e guerrieri (1993) trascina nello stesso punto l’aristocratica atarassia greco-latina e l’energia delle avanguardie, in una sintesi emozionante e loquace, sufficiente a spiegarsi da sola. Memoria (1991) è un piccolo capolavoro in cui il decoro ancestrale, passato attraverso secoli di ricerca formale, approda a un’ipotesi di futuro, mentre lo splendido Console (1990) esprime tutta la potenza comunicativa e l’efficacia dell’autore. Come anche Famiglia – Rubasole (1989) e le sculture più piccole in tufo dello stesso ciclo, ispirato all’antichità del Salento, tra gabbiani e elementi depistanti, sospesi e insieme frontali. Figure che fanno pensare all’arte precolombiana. Il cavaliere e la tromba (1989) è la radice essenziale e scarna che sta alla base del lavoro di Brusamolino: ruvida e prosciugata, la composizione restituisce tutta l’importanza del momento. Così come L’immagine provenzale del 1967 era indice di ciò che sarebbe venuto: una grande capacità di sintesi che non per questo perde potenza del dettaglio. Basta guardare i disegni dell’accademia per comprendere come il cubismo fosse per il giovane artista una realtà linguistica da utilizzare (Ercole buono 1949). Anche le tele del 1983 - per esempio l’erotico Prodigio all’alba - rilevano una grazia che ricorda l’affermazione del filosofo Abel Martin: «La grandezza non è uno stile, ma una disinvoltura». All’elemento umano è delegata la funzione razionale, mentre a quello animale corrisponde il regno delle passioni: così la storia, nell’opera di Brusamolino, non rimane didascalia ma vira al mito, con l’orrore della guerra in Bosnia o le stragi mafiose. Come scrisse in catalogo Alberto Veca, non esiste in questo nessuna «polemica sulla modernità o sulle sue forme, quanto eventualmente lo stupore per la scoperta di una durata nel tempo, a dispetto dei cambiamenti e dei nomi che si possono accordare alle cose, di alcune “figure” archetipiche, che per questo sono capaci di produrre eco più durature». La manipolazione della materia è altra cifra distintiva di questo artista, garanzia e prova della sua “vicinanza” alla materia, del suo imprimere un ritmo, del labor limae che viene da Orazio. L’arte di Brusamolino restituisce allo spettatore sensazioni assolutamente “organiche”, dando conto di un contrasto vitale tra forze – il polemos di Eraclito. Da qui il «dialogo con le forme che suggerisce un ingombro» (Veca). Vere e proprie sequenze plastiche congelate, di un primitivismo alla Breton che aiuta l’immediata leggibilità dell’opera. Scultore di contrazioni e pittore dello stupore, Brusamolino è un artista consapevole del contesto sociale, un pittore monumentale che sulle grandi misure ha sempre dimostrato di sapere produrre scene vibranti, come La traite des noirs del 1969 (conservata nel municipio di Bordeaux) o Les monuments felés del 1970. Perché l’arte, come sostiene lui, è «luogo di intendimento riflessivo e di emblematico godimento dell’immaginario, restituisce all’uomo una legittimante dignità sostenuta da un’identità nuova». Un’identità rinnovata che è uno dei poli di attrazione della letteratura novecentesca, che da Beckett arriva ai nostri poeti lombardi – scrive infatti Maurizio Cucchi: «se la fine si versa nell’inizio / vengo fuori rifatto».
Alberto Pellegatta
Prefazione:
Fabio Passera e Andrea Maccario
Sindaco di Maccagno e Assessore alla CulturaTesti:
Claudio Rizzi
"Brusamolino. Epiche prospettive del mito"
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