Gianni Brusamolino
Epiche prospettive del mito

 

Si staglia irruente e si erge come monito immediato. Gambe possenti, piazzate a possedere gli argini del confine, braccia levate a sostenere il mondo, a reggere o contrastare il destino incombente. E improvvisa la figura diviene tromba, grido di avvistamento o di richiamo, voce eroica o divina.
Innesca memoria e suggestione collettiva: l’impeto delle armi, la chiamata alla difesa delle mura, lo sprone e il coraggio.
Si intitola “Lungosuono” e in grande sintesi interpreta la storia dell’umanità.
La sua struttura è epica come la visione del futuro per Gianni Brusamolino. Il presente è tessuto di osservazione ma la meta dello sguardo, la prospettiva unica, consiste nell’avvenire.
I fasti del passato, mitici, leggendari, eroici, sono chiave di lettura e di esempio. L’ignavia non ha mai prodotto granché, l’ardimento ha pilotato il mondo.
Dalle prime immagini di connotazione realistica, rivolte alla figura e al paesaggio, Brusamolino inizia un percorso psicologico e sociologico condividendo quella atmosfera milanese, accesa dalla metà anni ‘50 alla metà ’60, poi definita Realismo Esistenziale, memorabile per l’onestà di sentimento e posizione intellettuale tra sgomento civico e idealità sociale. È quella una prima fase, benché seguita da altre apparentemente divergenti, di approfondimento delle radici dell’uomo e del rapporto dialettico artista-società inteso in senso funzionale e non meramente autoreferenziale.
Ne è prova la grande fiducia che Brusamolino alimenta, dalla fine degli anni ‘50 ai primi anni ‘70, in un dialogo stretto e costruttivo tra arte e industria. Ravvede nell’imprenditoria e nelle singole personalità dei capitani di azienda lo stereotipo contemporaneo del mecenate e del grande committente, in grado di riassumere, o perlomeno avvicinare, le due opposte polarità di pubblico e privato.
In quegli anni crede fermamente nel ruolo innovatore della grande industria, effettivamente capace di modificare i consumi e l’ economia ma ancor più di incidere nella vita stessa di vasti strati di popolazione, sino a determinare nuovi sviluppi di emigrazione, urbanizzazione e aggregazione.
Di fronte alla nuova realtà sociale, anche l’artista, consapevole dei tempi e investito del dovere di intuizione dell’avvenire, deve porsi in condizione attiva e dinamica.
Accolto l’imperativo, Brusamolino si convince dell’opportunità di un nuovo Umanesimo e, rinunciando all’enfasi della figurazione celebrativa che ritiene appartenere al passato, si affida più poeticamente alla metafora e all’allegoria.
Il Re Guardiano Guerriero, lontano da ogni retorica iconografica o narrativa, è simbolo sintesi di una visione naturale della sintassi civile, quasi logica spontanea nel contesto della comunità. È guida e alfiere del popolo, referente e garante nell’equazione diritti doveri della gente. Come tale è custode dei valori etici, sociali e morali, del territorio e del patrimonio culturale, degli equilibri e delle istanze dei cittadini. A tal fine deve essere vigile nell’impegno e pronto al combattimento. Re Guardiano Guerriero.
Non affonda nel tempo e non appartiene alla leggenda. È idea politica di governo e di civiltà.
La tutela dei valori, che costituiscono il vero scrigno dell’umanità, si estende dalla collettività al singolo e l’artista ne è responsabile, sia nella diretta competenza di tecnica, espressione e linguaggio, sia nell’etica di colloquio e suggerimento pubblico.
L’artista, lo scienziato, l’intellettuale, elaborano dalla natura il progresso dei popoli: dalla lettura la traduzione, dalla comprensione la visione e la prospettiva del futuro.
L’artista non governa ma ha il ruolo di guardiano guerriero e questa funzione deve alimentare continua tensione al vertice ideale.
Brusamolino ha nutrito grande passione per la cultura greco romana, certamente prodiga alla sua indole incline, più che all’aneddoto, all’immagine suggestiva e al fascino dell’epopea.
Divinità, semidei, eroi, simboli drammatici di realtà quotidiana, popolano la sua formazione e lasciano traccia costante nel suo lavoro. Forse soggiornano persino nel suo atelier vivo di spiriti custodi, di presenze quotidiane, di occhi trafitti come nella scultura antica. Animano di personalità autentica bronzi e terrecotte e frequentemente tornano nei titoli come nel linguaggio dell’autore.
Sono impronte sedimentate nella sua personalità, filo logico di un percorso coerente, nato dal fascino della cultura greca ed evoluto, attraverso la modernità, in chiave contemporanea.
Alcune sculture evidenziano una confidenza genetica con la classicità, palesano consapevolezza di forza, nerbo di autorità, quel concetto di “grandeur” particolarmente radicato in Francia, che Brusamolino ritrova e ottimamente interpreta durante i suoi anni oltralpe. Dimensione umana che diviene grandiosità della nazione, che unisce il passato all’avvenire transitando nel presente di testimonianza.
Di questo sentimento si riscontra ulteriore prova in “Mater Bosniae” , figura ieratica e simbolica, lineare nel tratto di sintesi, immagine emblematica di un popolo dilaniato dal conflitto balcanico negli anni ’90.
Il titolo, enunciato in latino benché lingua non appartenente al ceppo slavo, nobilita il tema e con enfasi garbata induce grande rispetto.
Una realtà dei nostri giorni, consumata a poca distanza dalle nostre case.
A differenza della guerra scatenata dalla Serbia contro la Croazia, divampata all’inizio anni ’90 e conclusa nel ’95 con la liberazione della città di Knin, il conflitto che aggredisce la Bosnia, successivo e reiterato alle vicende croate, colpisce l’opinione pubblica internazionale e ne sollecita la coscienza. I cecchini di Sarajevo, gli eccidi, la cosiddetta “pulizia etnica” perpetrata nello stupro sistematico e nelle esecuzioni di massa, richiamano la responsabilità della politica mondiale e accendono lo sdegno della civiltà.
Brusamolino risponde con una scultura levigata, nobile nella raffinatezza elegante di sobrietà sinuosa. Potrebbe essere una madre natura, o madre della terra, dea della fertilità o elogio del quotidiano. È una madre di Bosnia, simbolo universale di sopravvivenza alle efferatezze della peggiore umanità. E si presenta autentica di verità come una nike ellenica.
La passione per la Storia, per il tempo che sedimenta nelle vestigia e sprona l’intelligenza umana, inquadra il passato come terreno di studio ma considera il presente come territorio di riflessione e laboratorio di progresso.
Brusamolino intende la Storia come patrimonio collettivo e ricchezza privata. Un sentimento che comporta la consapevolezza del proprio tempo, del divenire, del fluire delle cose. Che impone il dovere dell’interpretazione e della testimonianza, l’etica della persona, del lavoro e della finalità sociale. Per aprire dialogo e strutturare dialettica, del pensiero, dell’animo, della crescita collettiva. Senza sfociare nella presunzione della didattica né tantomeno adottare il dogma della politica. Lo strumento consiste nell’astrazione dal dettaglio di riferimento, dalla citazione narrativa, dalla precisazione di luogo e tempo. Questa assenza diviene universalità e determina un’atmosfera analoga all’imperturbabilità dell’icona metafisica o surrealista.
Pagine di grande vigore, lette, assimilate e superate nella continua elaborazione di un linguaggio autonomo, capace di contenere in sé gli elementi cardine della cultura classica, della modernità e della nuova classicità ma votato alla libertà espressiva fondata sulla rigorosa formulazione di codici tecnici e linguistici.
Brusamolino riconosce le proprie pietre miliari in Butinone, Zenale, Masaccio, poi Cézanne, De Chirico e Marini. Di Picasso testimonia la personalità e ricorda gli incontri avuti. Sono punti cardinali dal primo orientamento alla maturità.
Sopra tutto pone l’influenza formativa del Cubismo, l’importanza della lezione strutturale che gli ha concesso di modulare piani e volumi per determinare spazi dinamici e prospettici.
Ma la sintesi più congenita si rivela nel “Tra-perari”, titolo in licenza poetica che, una volta tanto, abbandona l’etimologia classica e si affida a un’espressione di gergo tipicamente lombardo e significa, più o meno, “buttare tutto all’aria” sottintendo per trovare qualcosa.

Tra-perari è cavallo, monumento equestre, idolo, minotauro, simbolo, miraggio e sogno, è apparizione improvvisa, fiabesca, leggendaria, suggestiva, è l’inverosimile che si affaccia alla realtà.
È un traperari, buttare tutto all’aria, disordinare le cose per ordinarne altre.
In un attimo si ribalta la tradizione eppure si afferma una diversa dignità.
Senza passato, senza letteratura, senza un paese d’origine, Tra-perari manifesta una forte identità. Deriva dalla creatività dell’autore ma è fondamentale la struttura che regge l’immagine.
La scomposizione delle linee ricondotte poi a insolita architettura, la maestria nel determinare piani che divengono volumi e movimento, la rinuncia al canone del tuttotondo per costruire un’immagine propria su ognuno dei quattro lati tanto da produrre naturale dinamismo.
Un procedimento che riscontra analogia nella pittura, nel disegno, nell’elaborazione preparatoria, che diviene spontaneo e gestuale nell’immediatezza manuale ma necessariamente affonda le radici in un tessuto di logica, verifica e risultato.
Un cammino lungo ma sereno quanto la biografia di Brusamolino, che ha sempre voluto pagine nuove e territori di riflessione e ancora oggi procede in coerenza e guarda, come sempre, l’origine e il futuro dell’uomo.
Il sacro, priorità genetica dell’individuo e il nucleare, tesi, antitesi e sintesi dell’avvenire.
Per ribadire il ruolo dell’artista, il rapporto dialettico, la proposizione intellettuale nell’indipendenza dai meccanismi di un sistema che si appropria e beneficia, che si abbevera ma non alimenta l’intelligenza e non serve al progresso dell’uomo.
Per tradurre la prospettiva in proiezione esistenziale.

 

 

Claudio Rizzi

Opere in mostra

Prefazione:

Fabio Passera e Andrea Maccario
Sindaco di Maccagno e Assessore alla Cultura

Testi:

Alberto Pellegatta
"Gianni Brusamolino"


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