Giunto a considerevole maturità, Vittorio Parisi ha inteso porre tra la memoria e l’oblio un argine al tempo, indelebile pietra miliare, stele di traccia e di storia.
Raccolte le convinzioni fondamentali nel suo lavoro, tradotta la vocazione ai linguaggi della contemporaneità in “manifesto” rivolto al pubblico, Parisi divenne paladino della costituzione di un museo dedicato all’attualità e testimone della nostra epoca.
L’idea, coraggiosamente condivisa dall’Amministrazione comunale, ha condotto Maccagno ad essere avamposto dell’arte contemporanea, punta estrema, geografica e simbolica, di un tema tanto discusso quanto poco praticato nella realtà.
Ben lontani dalla concezione francese, motivo determinante per un Presidente della Repubblica nell’affidare a un Centro museale la propria immagine a futuro, ben distanti dalla normalità di dialogo e utilità civile che si respira in Germania o in Olanda, noi perseveriamo nella percezione di museo come fatiscenza soporifera o luogo estraneo alla quotidianità sociale, dunque aleatorio.
Nell’ ambito dell’arte contemporanea gravano poi due fattori basilari e paralleli: da un lato la difficoltà di avvicinamento, la rara confidenza con la materia, la diffusa sensazione di incomprensibilità dovuta in gran parte alla mancanza di strumenti di lettura; d’altro canto la distrazione del mercato, la deleteria dissuasione dai valori estetici nell’affermazione di unica prospettiva venale.
Discriminato il valore intrinseco dell’opera, poetico, tecnico, intellettuale, si focalizza come priorità l’elemento economico che diviene univoca presunzione di investimento. L’arte in tal modo abdica alla propria essenza e diviene finanza. E talvolta, proprio come accade alla finanza vera, rotola nel buco. Per sostenere il ruolo e alimentare la propria finalità genetica, il mercato risulta naturalmente conflittuale nei confronti della funzione culturale e didattica del museo, esibendo un distacco di alterigia che altro non è se non etimologico snobismo. Infine, la peculiarità mercantile di continua variazione dell’offerta, sia per necessità di diversificazione, sia per eludere il rapporto con reali criteri artistici e culturali, induce il mercato alla eccessiva produzione di nuove proposte, frequentemente fondate sull’effimero, sull’immediatezza d’impatto, sul colpo di scena a costo della fragilità, se non assenza, di valori concreti.
Tutto ciò concorre a confondere e disarmare il pubblico che, scoraggiato, si indirizza ad altre mete.
Queste considerazioni erano latenti, in parte o in sintesi, nella visione che Parisi nutriva dello stato dell’arte e motivarono la sua determinazione a costruire un centro di riferimento, un volano pulsante, un luogo di valorizzazione e lettura della contemporaneità.
Compiuto il primo decennio dall’inaugurazione del Museo e nell’anno della scomparsa di Vittorio Giuseppe Parisi, questa mostra allinea concetti, caratteri e fondamenti che sintetizzano la natura della nostra istituzione.
La vitalità dei linguaggi dell’arte si esprime oggi nella coralità di presenze e nella statura di ogni singola personalità. La sinfonia che ne deriva ribadisce l’attualità del percorso artistico di Parisi nelle declinazioni espressive, nelle soluzioni tecniche e nello spirito innovativo. E crea una dialettica pulsante e dinamica tra gli artisti invitati che dialogano interferendo in reciprocità su unico cardine.
Di Parisi riecheggiano le metamorfosi della materia in Stefano Soddu e Filippo Barbieri, le spazialità armoniche della scultura nelle opere di Maria Molteni e Roberto Vecchione, il recupero esaltante di materiali dismessi nel lavoro di Daniela Nenciulescu e Niccolò Mandelli Contegni, il rigore del colore nella misura intensa di Vincenzo Parea e nella luminosità propulsiva di Orazio Bacci, la proiezione cosmica dell’infinito nelle visioni di Andrea Carini, l’incorporeità dei volumi e la spazialità delle forme in Daniele Nitti Sotres e Lucio Perna.
Soddu, Nenciulescu e Mandelli Contegni riconducono ad alta dignità brani di materie desuete, recupero e metafora di vita, personificazione o testimonianza di un passato inerte che si traduce in futuro di vitalità. Nitti Sotres e Vecchione, pur animati da presupposti diversi, scandiscono lo spazio e determinano volumi dinamici, talora in sospensione eterea, talvolta in divenire, nell’alternanza continua e suggestiva di pieno e vuoto, ritmo e stasi, dinamismo e attesa.
Bacci esalta il valore puro del colore nell’istantaneità emotiva, nella proclamazione accesa, mentre Parea ne consacra la profondità della percezione ma entrambi ne celebrano l’assunzione a simbolo e verità di vita, essenza emotiva e razionalità di conoscenza.
Barbieri sedimenta memorie incandescenti, scava, recupera e ricompone in mosaico a lettura, mentre Perna apre e svela, dischiude spazi conserti e silenzi racchiusi per liberare nuovi percorsi di illimitata evocazione.
Molteni dialoga nell’antitesi degli opposti, nell’equilibrio della misura e nell’ideale di felicità, attenua l’acuto e accende il silenzio, delimita la forma e anima la suggestione.
Carini delinea evocazioni siderali, geometrie dell’assoluto e prospettive dell’infinito, le costella, le suggella e le trasfonde nello spazio poetico.
I caratteri espressivi palesano affinità o convergenze, talora evidenziano attinenze tecniche o comunione d’esperienza, eppure le personalità divergono e tratteggiano profili nitidamente singolari, detentori di un preciso territorio poetico e intellettuale, alimentato nella coerenza di percorso e nella struttura di maturità.
Orazio Bacci e Vincenzo Parea, benché orientati su paralleli diversi, hanno dedicato il percorso di lavoro, che quasi coincide con l’esistenza, al colore. Purezza, intensità, perentorietà, percezioni forti, passionali, tanto da determinare una vocazione imperturbabile, una fede profonda.
Daniela Nenciulescu e Filippo Barbieri, nella restituzione di dignità a materiali inerti, condividono comune denominatore con Stefano Soddu, pur differenziando il punto di approdo nelle personificazioni tra sogno e surrealtà di Nenciulescu, nelle barriere dei secoli, storia e civiltà di Barbieri, nei ritrovamenti di memoria, squarci di tempo o di ignoto in Soddu.
Maria Molteni, negli equilibri estatici delle sue opere, elogia la misura del pensiero, l’apice morale come condizione esistenziale, parallela alla reiterazione del destino simulata dalla ripetitività delle forme e dalla ciclicità dei ritmi nelle sculture di Roberto Vecchione.
Lucio Perna si inoltra nella geografia dell’anima e dell’uomo solcando deserti di luce e oscurità, anfratti di segreto e di rifugio, luoghi di domanda e scrigni di risposta. La navigazione nell’assoluto è congenita in Andrea Carini, nelle spazialità ancestrali e cosmiche, nelle architetture dei cieli come del pensiero, costellazioni del ricordo, del fantastico e pietre miliari di nuova energia.
Niccolò Mandelli Contegni comprime il volume per liberare lo spazio, esalta la materia avviluppata in se stessa per determinare il circostante, immerso nel vuoto di tensione che non risulta ossessione ma elogio di solitudine. In apparente vicinanza, ma con diverso sorriso alla vita, Daniele Nitti Sotres tramuta in eteree linee di forza masse e materie improvvisamente cooptate in un gioco infinito di leggerezza dinamica, di ascendenza costante, quasi ideale sublimazione.
Artisti di primo piano nel palcoscenico dell’attualità, chiamati oggi alla coralità di “sinfonia” ma solisti di lungo corso o, nel caso dei più giovani, di ampio futuro; interpreti tutti, nel proprio paradigma, della autenticità dell’arte contemporanea.
Prefazioni:
Massimo Zanello
Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della LombardiaFabio Passera
Sindaco di Maccagno
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