ALBERTO BARBIERI

Opere

Note biografiche

Antologia critica

 

Klaus Wolbert

(…) si delinea all’orizzonte immaginativo l’espressionismo malinconico-magico dell’esponente milanese del Novecento Mario Sironi. Senza voler stabilire una effettiva affinità elettiva, si notano alcune analogie nel loro linguaggio espressivo: in particolare la tonalità scura della gamma cromatica e il modo in cui, con una tenacia rude, che crea un effetto di impeto e di energia, gli oggetti si modellano traendo origine da duri contrasti che testimoniano una vicinanza. Del pari vanno notati i tratti marcati in bianco, di aspetto aspro e drammatico, nonché le zone luminose ai margini degli oggetti, da cui si irradia un alone misterioso ed enigmatico, così come l’aspetto incrostato, a volte quasi sciupato, delle superfici pittoriche che si incontra in entrambi gli artisti. Per la verità i temi del giovane Alberto Barbieri sono completamente diversi da quelli di Sironi. Egli varia un elemento formale che fa fluire in uno spazio figurativo notturno. Questo elemento, che a tratti potrebbe essere interpretato come un corno rotto, come un tronco di cono tagliato o una sorta di cappello cardinalizio, domina la composizione con una presenza funesta e traumatica. Barbieri bandisce le visioni cosmiche con violenti gesti pittorici sulla sua tela e, malgrado, o proprio per la natura enigmatica della definizione della materia, nelle sue opere raggiunge un grado di elevata espressività soltanto con i mezzi di un drammatico allestimento chiaroscurale. (…)

Presentazione catalogo “Sette giovani artisti”, Milano, 1992

Claudio Cerritelli

(…) La pittura si esalta nel corpo severo del colore, nella materia scarna dei frammenti, quasi astratti, tramiti di una visione che ha il valore di una parola nuda, arcaica. Non a caso Barbieri si affida a strutture essenziali, ad architetture primarie - per non dire primordiali -, forme solide sembrano abitare lo spazio solo per brevi attimi, quasi sospinte verso i margini da un magnetismo non misurabile.
C’è infatti uno schema compositivo, quasi involontario, che non pone le forme al centro della visione, ma le piazza nel punto in cui possono slittare via, da un lato all’altro, come schegge che si staccano dall’origine, alla ricerca di un punto di ancoraggio nello spazio. Altrettanto tesa è la superficie, quella che allude alla profondità del vuoto, ad una continua deriva delle forme.
Talvolta Barbieri gioca sull’idea del “dittico”: se sceglie la direzione verticale dell’immagine è per ripetere il senso del frammento, come sdoppiamento della stessa forma; se invece l’orientamento è orizzontale le due parti indicano un’unica forma, che sembra staccarsi o unirsi nello stesso istante.
Comunque si dispongano i frammenti, ciò che conta non è solo la qualità della materia, ma anche la libertà con cui l’artista muove il segno, lasciando il resto all’azione del colore.
Esso sollecita veli di luce, raccoglie la loro magia, evoca i sensi della trasparenza, nasconde il segreto delle ombre, sfiora la loro vita di fantasmi senza appartenenza.
In tal modo Barbieri crea forme allo stato puro, forme di una geometria irregolare, dai margini obliqui, esse sembrano icone scheggiate e annerite dal tempo, che si restringono e si deformano, posizionate come se dovessero appartenere ad un orientamento prospettico, mentre vagano nella più completa assenza di riferimenti.
(…) È un’energia che la pittura richiede perché il colore possa sostenere l’apparizione di silenzi e di precipizi, di morfologie primarie e di germinazioni oscure, soprattutto quando il vuoto prende d’assedio ogni minimo dettaglio di forma, fino a consumarlo nel suo aspetto visibile. (…)

Presentazione catalogo “Alberto Barbieri. Dimore del vuoto. Dimore della luce”, Milano, 1998

Alberto Ghinzani

(…) Pittura di segrete allusioni, la sua, di impasti monocromi filtrati in sottili cadenze di immagini, tutte contenute nella materia stessa, che abdica all’evidenza del colore ed alla gestualità del segno in favore di una, verrebbe da dire, meditata attrazione per l’ombra, per l’oscuro franare del vuoto.
Il modo stesso di stendere il colore, di incidere, di scalfire la superficie denota la sua appartenenza a modi espressivi quanto mai radicati nella ricerca artistica del Novecento, eppure abbastanza lontani dalle esperienze delle generazioni più recenti, anche dalla sua, maturata negli euforici anni Ottanta.
(…) Varrebbe la pena di porsi una domanda inusuale per l’oggi, eppure utile a determinare una posizione, una categoria del fare: è possibile vivere ancora l’ossessione della pittura, farne, nell’ansia di raggiungere un esito, il centro delle proprie esperienze?
Credo che le opere esposte rispondano in modo esaustivo a questa riflessione. Si deve ad esse, al sentimento che le accomuna, alle spoglie architetture di stati d’animo, alle materie sfibrate dalla luce, l’aprirsi non a qualcosa di marginale o di inevitabilmente concluso, dove la tenace volontà di sostenere le ragioni di una ricerca pittorica, si interroga fino al limite della cruda fedeltà ai modi da cui discende.

Presentazione catalogo “Alberto Barbieri. Dimore del vuoto. Dimore della luce”, Milano, 1998

Alberto Ghinzani

“Il vuoto deve prendere forma attraverso il gesto, la materia, il segno, il colore, la costruzione dello spazio così da esorcizzarlo anche solo per un attimo, ma così intenso da bruciare un’intera esistenza” ha scritto Alberto Barbieri. (…)

Presentazione catalogo “Per Alberto Barbieri. Note a margine”, Mortara, 2003

Stefano Crespi

(…) le opere di Alberto Barbieri. Sembrano una sequenza (non altro) del giorno e della notte, della luce e dell’ombra, della volontà e dell’abbandono, di visibile ed invisibile.
Il pittore stesso, nel tratto di signorilità che sempre lo ha contraddistinto, mi si rivela in una punta di intransigenza che, nell’attenzione e nel dialogo, è il senso di una propria “voce”, di una presenza, quasi di una posizione di “estremità” dove forse si può riafferrare l’abbandono delle cose.
(…) Nei suoi dipinti nello studio c’è una bellezza severa. Quasi un alfabeto del cerchio e del quadrato che si ripetono nello spazio del quadro. C’è uno stacco dall’informale. Viene ignorata la “figura” per riconfermarla in una percezione più vasta e misteriosa.
I quadri diventano una verifica amorosa, impietosa, pressoché catastale: dipingere il monotono, la durata, il silenzio, il vuoto, la resistenza labile, tenace. “Preghiere” prive di figurazione, si lascia sfuggire Barbieri con un’espressione folgorante.

Presentazione catalogo “Alberto Barbieri. Verso una pittura infinita”, Piacenza, 2003

Stefano Crespi

(...) Nei riferimenti, nei rimandi, ci può essere l’insidia della sovrapposizione. Ma alcuni nomi possono essere emblematici, non tanto in termini di declinazioni stilistiche, quanto invece, in un pittore, come memoria, anche attrito, tipologie, deposito a volte inconscio.
L’iconologia di questi quadri di Barbieri, in un primo riscontro ricorda vagamente i caseggiati di Mario Sironi. È il rinvio a una malinconia radicale di quei paesaggi urbani: il tempo nelle periferie di Sironi non si libera in una carica simbolica, di mistero, di enigma, (come in De Chirico); il tempo in Sironi precipita in uno sgomento senza cielo, senza destino. C’è un pathos in Sironi che nel pittore di oggi si scioglie in una deriva, in una dimora del vuoto.
(...) C’è un aspetto consequenziale nella scansione dei dipinti di Alberto Barbieri per uno svolgimento di temi che si collegano l’uno all’altro e suggeriscono un’interna apertura nella contemporaneità: il viaggio, la concezione del tempo, la visione del colore, la “materia” nella trasformazione delle cose, dell’arte, della vita.
Il viaggio è il continuo movimento sulla pagina bianca: lo scorrere delle cose e delle parole, della luce e del linguaggio, della pittura e dell’apparenza. Ci sono le occasioni reali dei viaggi. (...) È una propria riflessione dall’Occidente all’Oriente, dalla “cultura”, agli spazi del deserto, dagli accumuli linguistici a pure architetture di un tempo umano senza storia. (...)

Presentazione catalogo “Alberto Barbieri. Dipinti, ceramiche, gioielli”, Milano, 2004

 


Indietro