CLAUDIO BORGHI

Opere

Note biografiche

Antologia critica

 

Stefano Crespi

(…) una plastica essenziale, fatta di forme necessitanti, sommaria e “sgra-ziata”, quasi avara, tesa a un’espressione senza compiacenze, senza affascinanti languori o volumetrici pretesti; non se-duce con la grazia, non invita al segno; ha in sé lo slancio severo che impedisce di espandersi nella cronaca, o di con-sumarsi nel mutevole.
Un’esperienza di scultura che certo ha fatto propria la lezione informale in quello che è stato il tendere a una vita il più profondamente vissuta entro un fluire organico; in quelli che sono stati i caratteri di induzione, di moderna em-piria, di rifiuto, esplicito e implicito, di leggi “date”, mentali, intellettualistiche che erano state spesso prevalenti nella prima metà del nostro secolo. Eppure ciò che caratterizza questa scultura è il tendere ad una “forma”, non certo pre-stabilita, ma come forza propulsiva, ammanente misura, non abdicante ten-sioni sulla frontiera dell’umano.
Non il naufragio irrazionalistico, non l’abolizione di qualsiasi a priori, e nem-meno l’ineluttabile ancorarsi alla “pare-te dell’angoscia”.
Sono così infrante le categorie della rappresentazione e del momento ogget-tivante della coscienza. Ma essere riaf-ferrato è il legame indissolubile tra etici-tà e scrittura: non possiamo scrivere qualche cosa di vero se non siamo veri. Una sorta di “coraggio” che porta non al rafforzamento dell’immagine egocen-trica, o a effimere epifanie; bensì a “immagini della necessità” imposte dal tempo della vita. Queste sculture (in una remota figurazione di paesaggio o figure) avvertono il frantumato sentire dell’oggi; un desolato colore del vuoto sembra insidiarle. Reggono al vento del dubbio, dell’esitazione, della contraddi-zione con sgomentata semplicità, con una bellezza ferita ma rigorosa (…)

Claudio Borghi sculture 1983-1989, Cassa Artigiana Barlassina, 1989

Francesco Somaini

(…) Questa sua tecnica del rame sbal-zato, plasticamente sommosso, gli per-mette di ritrovare così il corpo, un suo gesto, il suo situarsi nello spazio che lo comprende, anch’esso dolcemente pro-posto, evitando la logica ferrea dell’anatomia, il ritorno pericoloso al vero, la citazione solitamente in agguato in questi casi; di trattare la nuvola come soma e il corpo come nuvola o come roccia in una unicità plastica che deriva da una attiva solidarietà di forme e di stile. (…)

Catalogo Mostra Personale, Galleria delle Ore, Milano, 1994

Claudio Cerritelli

(…) in questo scultore lombardo sensi-bile alla tradizione naturalistica della sua terra e capace di non tradire la fedeltà ad una concezione aspra e difficile del lavoro di artista, la scultura rivendica il suo diritto di riconoscere l’importanza del reale, del mondo esterno con la sua fisicità, la sua solidità e al tempo stesso il diritto di autonomia, di una rielabora-zione fantastica che sappia rendere non le apparenze delle cose ma il nucleo magmatico perennemente vivo.
Stefano Fugazza, Catalogo Mostra Personale, Galleria Teodote, Pavia, 1995
(…) Accanto all’ossessione lirica del paesaggio l’artista sta sentendo sempre più bisogno di dilatare il movimento plastico della forma, quasi che le occa-sioni della natura (alberi, nuvole, cieli) non siano più sufficienti a suggerire il respiro dell’ambiente circostante, trop-po preoccupate - forse - di salvare il racconto del paesaggio, la favola illuso-ria della sua sopravvivenza in un mon-do tecnologico.
Se nei frammenti di paesaggio dei primi anni novanta i pezzi di lamiere veniva-no saldati in un percorso di linee che segnavano un territorio di segni strazia-ti, affranti e persino dolorosi, ebbene nelle recenti opere si avvertono struttu-re formali sempre più libere dal vincolo psicologico della natura e capaci di es-sere strumenti di turbamento dello spa-zio. La sensazione è che ogni scultura abbia perso il proprio punto di appog-gio gravitazionale, quasi a contraddire i rapporti di equilibrio esistenti: l’organismo plastico esige uno spazio più aperto, un territorio capace di esse-re coinvolto dalle sue stesse contraddi-zioni, da presenze che hanno qualcosa di urtante. (…)

Claudio Borghi Opere 1990-1997, Studio d’Arte Lanza, Sesto Ca-lende, 1997

Flaminio Gualdoni

(…) Borghi rinuncia ad aggregare le proprie masse drammatiche per artico-lazioni distoniche, per cerniere lasciate in evidenza, procedendo piuttosto per via di essenzializzazione, di decantazio-ne del valore primario, e perciò pri-mordiale, del volume. Rinascono, così, le sue vecchie stele-menhir, dyplon del paradigma antropomorfo ma già matri-ci strutturanti dell’architettonico: capaci di stabilire, in carattere e in attesa di forma, lo spazio sensibile, in virtù d’una presenza ora continua, espansiva, dialo-gica, complice. E ritrovano la facoltà di instaurare relazioni snudate e forti, dalla figura del dolmen a tutto ciò che lo schema trilitico ha dato al pensiero u-mano dello spazio.
Si tratta di situazioni architettanti, dun-que. Tuttavia, il processo di distillazio-ne elementare dello schema geometrico che presiede alla forme non si spinge, in questa fase, sino a negare antichi e persistenti retaggi biomorfi, né ad attui-re quella sorta di erotica della mano alla quale l’artista affida il suo rapporto con le superfici. Borghi lavora sul limen, sul-lo stabilirsi talora schiarito talora equi-voco di relazioni e gerarchie tra spazio e spazio, tra forma e forma, tra spazio e forma. Ma non rinuncia a concepire, per fortuna, la scultura ancora come corpo, sostanza teoricamente evolven-tesi al tempo, dotata d’una pelle che s’intride di luci diverse, e diverse luci restituisce, in una sorta di sentore, ap-pena un sentore, ma quanto persistente, di metafisica. (…)

Claudio Borghi. Toccare, costruire, Mazzotta, 2001

 


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