Antologia critica
Mario De Micheli
(…) non dissonanze o canglori cromatici, ma una vibrante approssimazione al cuore degli oggetti per intensità di toni, per slanci improvvisi subitamente smorzati, quasi attraverso un fervore generato da una quieta febbre. All’interno di questa ricerca Cazzaniga sta individuando i lineamenti della propria poetica, sta scegliendo gli elementi costitutivi delle proprie immagini. (...)
Dal catalogo della mostra, Galleria del Borgo, Forlì, 1958
Mario De Micheli
(…) la sua predilezione per il tema dei suonatori di jazz: il suonatore di sassofono, di tromba, di piano o di batteria, il cantante davanti al microfono.
(…) quasi emblemi di una vita allucinata e fantomatica, eppure vera: una vita immersa in fumosi spazi, dentro atmosfere grigie o neutre.
Dentro a tali atmosfere, appunto, si manifesta la presenza oggettiva delle forme, emerge un profilo, uno scorcio, un volto, uno strumento. In genere il personaggio è sempre solo, isolato, ed è concepito come un’apparizione subitanea in un vuoto senza confini; è un personaggio che esce dall’ombra per un monologo di gesti e di suoni, ma anche per tentare una comunicazione con gli altri.
Cazzaniga non è un pittore che ami le asprezze, le dissonanze, il cromatismo agitato. Egli si affida particolarmente al segno: un segno rapido, allusivo, che compone l’immagine per approssimazioni. Anche gli spazi in cui si collocano i suoi suonatori sono attraversati da segni fulminei che ne eccitano la stesura, rendendola animata da segrete energie. In tal modo la superficie vaga o cieca dei suoi fondi partecipa alle note, agli squilli, alla voce del jazz man, ne diventa una visibile eco.
Quanto al colore Cazzaniga punta essenzialmente sul tono diffuso, addirittura morbido, nebbioso, che gli consenta poi gli scatti di qualche riverbero, di una torbida luce, di un bianco abbagliante e, insieme, gli accenti nervosi dei suoi segni.
Senza dubbio quindi la prima dote di Cazzaniga è la sensibilità, ma si tratta di una sensibilità nutrita di ragioni e di vive intuizioni formali, le stesse ragioni e intuizioni che gli hanno fatto scegliere la figurazione come via d’uscita dal neo-ermetismo d’oggi.
Dal catalogo della mostra, Biennale d’Arte Internazionale di Venezia, 1962
Franco Russoli
(…) Giancarlo Cazzaniga ha scoperto una natura diversa da quella alla quale ci aveva abituato con i suoi quadri che erano sempre soffusi da una tonalità nera, felpata, densa, squillanti ogni tanto come degli acuti dei jazzisti che tanto amava.
I suoi primi quadri, forse non i primissimi – ricordo – erano appunto come una trascrizione in colori e in toni dei timbri della musica jazz. I suoi suonatori, i suoi batteristi, soffocati dal fumo di interni notturni, erano immersi in una luce chiusa e bassa e c’era come una rispondenza tra quella luce e le dolcezze della luce lombarda, quella che si riflette lenta sui laghi.
Queste luci Cazzaniga le ha sempre amate, le ha sempre trasposte in una sorta di musicalità sommersa. Ricordo, dopo gli interni dei night club, gli interni del suo studio nel quale ancora sembrava risonare e vibrare quelle tonalità musicali
(…) Il colore di Cazzaniga è diventato più potente e più risonante, i suoi ultimi pastelli, i suoi oli, le sue tempre continuano a essere la trascrizione, la metamorfosi di uno stato d’animo ma in una tonalità diversa, in una accensione diversa dal sentimento: e il quadro si illumina, si riscalda, diventa qualche cosa come una leggera fiammata sfrigolante, l’accensione di un’emozione diretta, a contatto con la natura.
(…) Queste fioriture di una flora che ancora vive nel nostro Mediterraneo, non si sa se vengono dal cielo o dal mare, sono poggiate su un parapetto, su qualcosa che Cazzaniga trova accanto a sé: e improvvisamente vengono come abbandonate dalla marea del sentimento e nello stesso tempo poggiano sull’azzurro del cielo (…)
Da “l’Approdo RAI TV”, Milano, 1969
Marco Valsecchi
(…) Una pittura che potrebbe apparire intessuta da espedienti di tavolozza e estetismi letterari; è invece così spoglia, così disarmata nella sua trama segreta da rinchiudere una intesa, pur se non del tutto nuova, immagine del mondo interpretata al lume dei propri sentimenti.
Dal catalogo della mostra, Gallerie “Dello Scudo”, Verona e Galleria “Gissi”, Torino 1969
Roberto Tassi
(...) Le immagini nascono allora filtrate dal ricordo; sono momenti situati nel flusso del tempo, testimonianze di un frammento di passato che acquista la sua vita nel punto del ritorno, quando un attimo del presente opera di richiamo; e del ricordo mantengono la lieve imprecisione, il lento fluttuare, l’evidenza appena insinuante, non decisa, l’allusività del colore, l’indeterminatezza dello spazio. Sono immagini della memoria.
(…)Anche lo spazio di queste opere è di tipo emblematico, allusivo; ridotto al massimo nella direzione della profondità è direttamente omogeneo al colore; diviso per lo più in due zone che indicano due momenti dell’opera è come una parete su cui gli oggetti sono appoggiati o una sostanza amorosa, a funzione psicologica, dalla quale emergono, non è naturalistico e d’altra parte nemmeno metafisico, ma partecipa di una incerta fisicità, che sta tra l’indicazione di un sentimento e l’esibizione di un evento misterioso, quasi medianico; in alcune di queste opere, e sono le più tipiche in tale direzione, non si avverte più nessuna distinzione tra interno ed esterno.
(…) In questa ambiguità, anzi identità tra fuori e dentro, tra la luce di un cielo o lo spessore di una parete vegetale e i muri omogenei e inerti di una stanza sta molto più che una semplice soluzione pittorica, sta l’indicazione di un rapporto indiretto, evocativo, alonato con la realtà e il porsi della persona poetica di Cazzaniga in una zona di incertezza, di margine insicuro, tra il vero e il suo riflesso, tra l’assunzione degli oggetti come fatti reali e la loro elaborazione come segni della memoria, come immagini risorte da un deposito psicologico. (...)
Da “Ricordo d’Estate 1965-1970”, catalogo della mostra, Galleria Civica, Monza, novembre 1970
Leonardo Sciascia
(…) Le immagini sono per Cazzaniga i paesaggi, ma la sua caccia è alla luce: alle variazioni e vibrazioni appena percettibili da un occhio meno addestrato e sicuro e che sulle sue tele, su i suoi fogli, diventano momenti di eclatante – propriamente eclatante – diversità. (...)
Dal catalogo della mostra, Palazzo della Permanente, Milano, 1981
Alberico Sala
(...) Infaticabile disegnatore, acquarellista di scattante sensibilità, Cazzaniga con scetticismo e malinconia, dominato da un sentimento di concretezza, di applicazione, proprio della sua piccola patria, saggia, scompone, filtra le intuizioni, le idee, i suggerimenti d’un segno o di una nota di colore (come per un arrangiamento, una concertazione musicale).
Lo scatto visivo, memoriale, subito è aggredito dalla riflessione, stimolata dalla compressione dei dati raccolti e pregnanti, dall’affronto dei particolari. Da questo movimento, da questo dibattito, sono uscite le opere che compongono, nel tempo, l’inventario della sua ricerca, da Milano alla Sicilia, dalle Marche alla Bretagna, dalla Liguria, agli interni della sua esistenza.
(...) Da questa immersione la proposta di paesaggio ultimo e ultimativo. Nel dibattito fra allarmanti futilità, la materia, come sempre bellissima, di struggente freschezza, esaltava, per contrasto, le interrogazioni sull’esistenza, sullo stato del fu giardino terrestre. Il cortile di casa si tramuta nel deserto cosmico, con i relitti dell’assalto umano al cielo, dopo la prostrazione dei beati regni di quaggiù.
Interni, esterni, l’interrogazione speculare insiste, alla frontiera, dove l’uomo e l’artista s’incontrano, inesausti affronti e faticosi armistizi. (...)
Da “Giancarlo Cazzaniga”, Edizioni Spirale Arte, Milano, 1987
Carlo Arturo Quintavalle
Cazzaniga ha una lunga storia alle spalle, a partire dalla serie dei “Jazz man” a fine anni ’50, quando univa insieme le atmosfere sapienti, comuni anche a Chighine oppure a Ajmone, con una intensità di corrosioni, di aggressioni alla “materia” degne di Giacometti come della Richier.
Ma il rapporto della pennellata con lo spazio della pittura, quel tipo di traccia che per primo nella pittura moderna sperimenta Monet e che poi De Stael scompone quasi a dare al tutto una cadenza neocubista, quella pennellata che si attorce attorno a una foglia e a un fiore lo trasforma come una giapponese carta dipinta, incide profondamente sul percorso ulteriore di Cazzaniga che, negli avanzati anni Sessanta e poi a cavallo del decennio, riflette sul far pittura e sul rapporto fra gesto e forme, fra gesto e immagine.
(...) Il diapason dei suoi sentimenti lo cogli nelle tensioni di fronte al singolo oggetto al frammento, al cespuglio che si anima oppure alla conchiglia che non sai se è fossile o vivente, così che lo spazio della sua ricerca sta nell’evocazione, nella memoria che è insieme di luoghi, di sentimenti e di oggetti. (...)
Da “Cazzaniga”, catalogo della mostra,Galleria Cafisio, Milano, 1992
Renzo Margonari
(…) Sono invece meditazioni stratificate nel tempo, emozioni già provate e riascoltate: il rabbrividire a pelo d’acqua delle ninfee, il pendolare e fioccante fiorire del glicine, l’espandersi metallico delle percussioni sugli ottoni del batterista, la penetrazione vibrata dei fiati spinti nei saxofoni. Tutto ciò fa parte di un paesaggio interiore. Cazzaniga, dopotutto, non appartiene alla nuova schiera dei vedutisti quali ciclicamente ricompaiono sul fronte artistico. Le scure atmosfere della musica jazz e quelle solari delle trionfanti efflorescenze appartengono ad un unico paesaggio che non è certo una veduta, bensìuna visione.
Da “Fiori e jazz”, Occhiovolante – La Cronaca di Mantova, 6 aprile 2001
Claudio Rizzi
Suonano anche le sue ginestre. Così come sono fiori e infiorescenze le sue note di jazz, gli ottoni, le folate di vento nel ritmo che si allunga e segna l’animo come se sferzasse il paesaggio.
È la percezione del senso delle cose. Carpire aromi e radici, motivi, essenza; suggerire senza descrivere, navigare e se capita, ritrovarsi in balia e goderne. (...)
Lo studio. Il porto di quiete. Quella confusione beata di cose, carta, libri, giornali, una marea che sale, scende, sormonta come un fotogramma di mare in tempesta. Cazzaniga la governa lasciandosi in balìa.
La carta quasi annega la pittura. Poi, come uno squarcio fra le nubi, si apre un’oasi e compaiono cavalletti e tele. E colori dappertutto. Spatolate ricche di umore vivo, di colore intenso, di accenti di vita. Sul muro, sui bordi del tavolo, sulle piantane di legno.
E il pavimento costellato come residui buoni di una mareggiata recente.
Una sedia, la distanza congenita spontanea per osservare nella proiezione adatta, e il cavalletto indomito che regge agli sguardi, alle attese, alle pause, alle ondate anche di pigrizia. (…)
Dipinge uomini jazz nelle volute di fumo e di note. Si intravvede, si immagina una bottiglia, il naufragio, la sopravvivenza, il ritorno. Jazz è Spoon River ma potrebbe essere anche Bukowsky.
Cazzaniga è poesia lineare, pochi versi, molto ritmo, la pausa di silenzio, il silenzio come suono, la forza senza urlo, la bellezza che disarma la violenza.
La sua sedia è la sua torre. Da lì domina il territorio e si ascolta.
Fioriscono le immagini. I colori. Compare il cielo, abbraccia l’orizzonte, apre il mondo, si perde nel vento. (…)
Cazzaniga così com’è. Limpido nel colore, teso nel ritmo; per dipingere in jazz le note dello spirito. (…)
Da “Profilo d’Artista”, Grafiche Nicolini, Gavirate (Varese), giugno 2003
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