Antologia critica
Renzo Margonari
(…) le sculture di Dalmaschio s’avvalgono di quella forma quasi caricaturale dell’aspetto del neonato che è la bambola, e insieme richiamano tutto quanto ad essa pertiene: il gioco, il transfert affettivo, la simbologia più generica e diffusa dell’innocenza indifesa, la semantica più ovvia della cultura infantile. Le lenzuola metalliche appaiono allora come sudari, come diaframmi che si frappongono all’ansito di vita e trattengono il moto, soffocano l’apparizione. Ciò che sta dietro le pieghe delle rigide lenzuola è ancora fantasmico, l’apparenza di qualcosa non ancora esistito. Opere emozionanti e piene di pathos che rivelano la sincerità del sentimento dell’autore. (…)
Presentazione catalogo “Francesco Dalmaschio”, Merano, 1985.
Mauro Corradini
(…) Francesco Dalmaschio lavora un materiale difficile, emerso da una elaborazione scultorea che si è venuta assottigliando, sì da rendere la sua opera attuale come un bassorilievo, dal cui sfondo non emergano più che pochi rilievi. Ma importanti. Significativi all’interno del discorso nuovo che Dalmaschio viene elaborando, sia che campisca lo spazio con solo i bianchi – ed abbiamo i segni in eruzione che altro non sono che un “bianco su bianco” – sia che campisca con colori, per lo più monotoni andamenti ad onda di mare, che sembrano rappresentare una visione percettiva di oggetti senza forme. (…)
Da qui viene emergendo l’attuale fase di lavoro, anche sugli spazi, sulle forme, che vengono sempre più assumendo dimensioni definite e ritroviamo cicli spiraliformi, labirinti, … ritroviamo dunque alle origini – archetipi come la scrittura – i segni della rigenerazione e del cambiamento, i segni di una eruzione a nuova vita, qual era, in tempi remoti, il senso del labirinto, come rito di iniziazione. (…)Presentazione catalogo “Francesco Dalmaschio - Trame e orditi ‘91”, Gualtieri, 1991.
Alberto Cappi
(…) Questa, che è anche scrittura, dissemina e giostra le proprie lettere decapitate all’interno di un codice visibile e pur leggibile. Non a caso le precedenti esperienze di Dalmaschio giocavano con la mescidanza degli eidemi punici, etruschi, degli arcaici alfabeti. Ora il nero e la durezza della matita si esercitano in crépures che sono di fatto parole aperte, grafemi/graffi, tattilità alchemiche, plurisensi puramente poetici.
Ecco, allora, le composizioni senza titolo se non quello della poesia di cui sono visitati i versi, libro del silenzio, stele di novità linguistica.
Nel momento dell’apertura del fondo, nell’attimo profondo dello spalancamento della materia, nella piega di superficie, lì ove pulsa la mantica del futuro intervento, si indovina la luce della sostanza, del fare: il colore. Monocromie di terra di Siena, di naturale evento usato a velatura, rimando al tempo che capitombola in un sostrato di affascinanti sembianze, esoteriche evocazioni, segreti richiami, misteri di storie a sé sottratte, tratti all’arte per differente espressione. Una luce temporale sullo spazio della tavola. (…)
Mitologia affiorante, nostalgia, ricreazione? Senz’altro un porgersi. E questo porgersi è ora il radicarsi al futuro.Presentazione catalogo “Francesco Dalmaschio”, Faenza, 1998.
Indietro