Antologia critica
Angela Madesani
(…) Il segno è ricco di implicazioni nel lavoro di Maria Cristina Galli, che ha una formazione di incisore. Si tratta di uno strumento per esplorare. Non è, cioè, il segno un significante, ma è attraverso il segno che, per traslazione, il significato è attribuito alla materia. Spesso nel lavoro della Galli è presente la scrittura non solo come codice ma anche come testo. Un testo grafico che ha anche una valenza semiotica e si fa disegno nella sua apparenza fenomenica. Il testo scritto riesce a rendere puntuale il silenzio miracoloso della parola attraverso una convenzione grafica e allo stesso tempo spirituale. La Galli ama la scrittura visionaria, in grado di trasportare, di spostare animi e cose, come l’Aleph di Jorge Luis Borges. Il suo è un lavoro artistico con forti implicazioni letterarie, imprescindibili legami con la cultura scritta che diviene spesso oggetto di analisi. Nel suo lavoro si legge l’orrore per la monotonia, per lo struggimento, per la distanza incolmabile fra le persone e le cose. Le lettere non servono solo a comporre le parole proprio come proponeva Borges. Posizione la sua al di là di mode passeggere e tendenze di attualità. Dove l’attualità è perlopiù costituita da un mondo di comunicazione inutile, frettolosa e vociante, ancorata alla vacuità dei suoi significati. Tra le sue ricerche più interessanti in questo senso quelle relative agli scritti di Pessoa. Penso in particolare al lavoro intitolato 23.6.1932. Attraverso il segno è anche un recupero di certa classicità, in cui la chiave di lettura è la semplicità, l’essenzialità dell’espressione. (…)
Nella ricerca della Galli ogni veicolo è supporto di cose specifiche. La Galli non narra la storia, semplicemente tenta di restituire, e ci riesce, la sensazione degli attimi.
Presentazione catalogo “Sindoni”, 2000
Angela Madesani
(…) La scrittura è elemento portante nella sua ricerca forte e delicata, leggera e pesante, raffinata e complessa. Nulla è casuale così il segno armonioso che si staglia sulla pagina. Il lavoro è segnato da quelle parole, che diventano preziosa grafia, segno sulla tavola, blocco grafico in continuo dialogo con le parti disegnate, di quel disegno sottile, che talvolta è anche incisione. Esercizio del quotidiano, strumento di misurazione. Lei è padrona del suo mestiere al quale attende con la gioia e malinconia esistenziale che trapela dai suoi lavori. I suoi lavori profumano di vernice, di colore, di carta, di materia, della sofferenza del quotidiano, del male di vivere. Così nelle sue opere è il fuoco che brucia la materia, distrugge in profondità, sterilizza, cancella ma crea. Viene in mente la foto di Ugo Mulas con Alberto Burri che modella la plastica con la fiamma ossidrica.
Maria Cristina si situa in quel territorio. Quello di Burri, dell’Arte Povera, degli artisti che lottano con la materia a armi pari in una terra nullius dove sono il disegno, il segno delicato e profondo come l’incisione di un bisturi, che va a toccare le corde più profonde dell’artista, ma anche di chi guarda.
I suoi lavori, come ho già scritto, sono sindoni. Palinsesti da cui si intravede, distante, la parte più lontana allo sguardo come una stratificazione compiuta dalla memoria. E quindi le glosse, le note a margine dove il dettaglio si fa fuoco della visione, punto nodale.
L’immagine è sempre parte di qualcosa come se l’opera continuasse all’infinito. Utopia personale dell’artista, ma anche collettiva di tutti coloro nel cui sguardo l’opera continua a vivere.
Il suo lavoro non ha sempre un’idea di partenza piuttosto un’idea di fondo. Si procede per via di riprese, di errori che tornano su loro stessi ogni volta uguali e diversi. Si procede per via di tentativi dove Maria Cristina Galli è ricercatrice della materia, ma anche dell’anima delle cose. La ripetizione dell’errore è dolore. Il dolore dell’esistenza di tutti i giorni.
Un altro elemento che torna costante nel lavoro di questa artista consapevolmente fuori dal coro è il disegno di architettura. Come se si trattasse di un bisogno di ordine, di classicità che è alla radice della storia dell’arte e della sua storia personale. Dove tuttavia l’architettura diviene astrazione, purezza, anche dell’inesistente. Come in una serie di bozzetti in cui Cristina partendo dagli scritti di Leonardo e di Michelangelo dà forma a oggetti architettonici da loro soltanto descritti. Sono dei tentativi di esistenza che crescono tra le sue mani e che diventano oggetti di un’architettura solo di carta e di parole. Sogno di moralizzazione dell’arte e del paesaggio e in fondo anche del proprio ruolo di artista.
Il disegno è profondità totale che riesce a donare, in taluni casi, anche la preziosità della leggerezza. In cui spazio è lasciato all’imprevisto, spiragli aperti a nuove comparse, a presenze diverse.
Una cassetta delle lettere di recupero diviene contenitore di carta pressata incisa disegnata e anche vergine. Affiora il ricordo di una solitudine troppo rumorosa. Una solitudine che è quella di Cristina nell’attuale mondo dell’arte. Fuori dai gruppi, per sua natura isolata. La materia è per lei tormento esistenziale, come nelle polaroid tormentate dal fuoco e dal segno in cui si scorgono aberrazioni, simili ai marmi paesistici e ruiniformi, alla maniera di Jurgis Baltrusaitis, dove disegno, fotografia, scultura si incontrano.
Sono paesaggi privati e pubblici al tempo stesso: terreno vago dove, sin dal primo momento della nostra conoscenza, mi sia concesso, del tutto speciale, mi è parso giusto entrare.
Presentazione catalogo “Marginalia”, 2004
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