Antologia critica
Ennio Morlotti
(…) Allora, Longaretti, molti lo ricorderanno, era considerato un ragazzo prodigio. Faceva infatti allora disegni straordinariamente commossi e personali, o perlomeno e più giustamente, era straordinario in lui così giovane, il dono d’assimilazione e traduzione, quasi incosciente, di inquietudini e stilismi, tra Soutine, Modigliani e Carpi (…)
1956
Gian Alberto Dell’Acqua
(…) nella prospettiva di Longaretti il piano dell’artisticità si mantiene in continuo contatto con la sfera delle illuminazioni poetiche, ossia di quella conoscenza intuitiva, che oscuramente sperimentiamo, di noi stessi nello specchio delle cose del mondo sensibile e delle cose in noi, per cui figure e situazioni della realtà anche più banale ci appaiono in un lampo come se le vedessimo per la prima volta, in novissima luce (…)
1980
Giorgio Mascherpa
(…) Un colore, dunque, che ha sempre immediati agganci con la vita in senso fisico e sentimentale, una malinconia che s’ammanta di speranza: una tenerezza che la solitudine estrema di questi personaggi (…)
1985
Alberico Sala
Raramente come in Longaretti si è inverato il giudizio di un grande autore, non dico di un critico, che i disegni sono le carte dell’onestà di un artista. Non limitano la creatività, l’ingresso nei luoghi dell’anima, le sorgive delle memorie, fantasie e pietà (…)
1988
Vittorio Sgarbi
(…) La sua poetica non è umanitaria, ma necessitata da profonde ragioni culturali: e certamente esprime una pittura non di appartenenza ma di sostanza religiosa (…)
1989
Flaminio Gualdoni
(…) il suo percorso, lungo tanto quanto operoso, ha avuto per contrassegno la ricerca di un apparato stilistico che contemperasse, in pari dignità e responsabilità, un rapporto profondo e avvertito con l’identità storica della pittura e i trascorrimenti espressivi, le riduzioni brusche e forti, le accellerazioni formli, della modernità (…)
1998
Raffaele De Grada
(...) L’arte di Trento Longaretti nella gentilezza dei suoi rapporti tonali, gli azzurri invasi da un senso elettrico delle vibrazioni, i rossi smorzati che sempre riaccendono la speranza, si colloca con una sua precisa identità nella storia della pittura italiana del nostro secolo. E’ un capitolo non vistoso ma eccellente, è, se vogliamo, l’antitesi con quella dei dominatori come Picasso che ha fatto allievi oltre ogni dire ma che sembra aver concentrato nel Maestro tutto quello che si poteva dire in quel campo. (...)
Trento Longaretti, Poetica e Pittura, Edizioni Ad Acta, Milano, 1999
Claudio Rizzi
(...) La pittura di Longaretti nasce per essere pittura. Ma la sensibilità che palpita spontanea nel governare la tavolozza chiama o provoca il contenuto. E il fatto formale si coniuga alla evocazione, diviene rappresentatività di sentimenti, come se le astrazioni del pensiero assumessero corpo. Longaretti non è un narratore. Non cerca aneddoti, dettagli, figure. Sopraggiungono, si propongono, si impongono spontaneamente; sono le corporeità del pensiero, che si può esprimere in sintesi sempre più raffinata, sottile, astratta: ma vede e si articola in immagini. Nessuno sogna astratto: gli eventi, incubo o fiaba, sono rapportati a figure.
La pittura di Longaretti è sempre personaggio: anche l’inanimato spaventapasseri o l’organetto dimenticato, oppure la brocca, la sedia, la mandola nella natura morta, salgono il proscenio e assumono ruolo. Ma non esistevano prima. Nello spartito della mente, idea o sentimento, erano note musicali. E’ evidente nel panorama delle opere. Quando la composizione non concede evidenza alla fantasia, emana comunque il ritmo delle partiture come in una sceneggiatura. Quando la natura morta esclude la presenza della figura, l’elemento risalta come personificato, assume la dignità dell’essere, non è cosa o oggetto, è simulacro. (...)
Trento Longaretti, Poetica e Pittura, Edizioni Ad Acta, Milano, 1999
Elena Pontiggia
(…) in lui l’espressionismo è sempre moderato da un impianto classico. La sua pittura non giunge mai all’agitazione estrema del disegno, ma si raccoglie in una malinconia composta e introversa. Quello che Longaretti rappresenta non è mai l’urlo tragico, ma un dolore senza nome e senza voce. E’, come dimostrerà la sua pittura eccessiva, il dolore dei poveri, degli ultimi, di ogni uomo che riflette sulle contraddizioni della propria vita, sulle sofferenze che dovrà attraversare.
Se l’espressionismo è, etimologicamente, un “ex-premere”, un “gettar fuori”, quello che Longaretti dipinge è invece il silenzio. Il silenzio di chi non si aspetta nulla dagli uomini e confida piuttosto in una giustizia metafisica dove, finalmente gli ultimi saranno i primi.
Trento Longaretti. La stagione degli anni Trenta, Trento Longaretti “Homo dolens-migranti”, Fondazione Stelline, Milano, 2000
Marina De Stasio
(…) Attraverso i temi della sua pittura Longaretti esprime la sua intima religiosità e la sua concezione della vita; comunica la sua pietà per l’incessante, faticoso viaggio dell’uomo, anzi, di tutte le creature, in un continuo affrontare e superare ostacoli e battaglie, da cui escono ferite a volte in modo irrimediabile. Spesso i suoi personaggi sono in cammino, spesso le persone e anche le case e gli oggetti sono inclinati in avanti, come se il loro incedere fosse rallentato da un vento avverso.
Pensosi o stupiti, suoi viandanti sono povera gente impegnata in un viaggio aspro e pieno di incognite, ma addolcito dalla tenerezza degli affetti: stringendosi l’uno all’altro, o abbracciando la musica, questi personaggi umili e sconfitti trovano la forza di avanzare nonostante tutto. Lo sfondo è in genere astratto: non è un luogo preciso, può suggerire un panorama misterioso, una città segreta, fuori dal tempo, o può essere semplicemente una cortina di colore (…)
E’ una pittura drammatica, ma alleggerita dalla spiritualità, che accompagna la meditazione sul dolore a quella sulle virtù cristiane di speranza e amore.
Il viaggio della vita, Trento Longaretti, Galleria Ducale, Vigevano, 2001
Gianfranco Bruno
Longaretti ha raggiunto un eloquio pittorico ricco di profondità e spessore, condotto su alcune fondamentali soluzioni compositive che alternativamente tornano nelle opere dopo gli anni Sessanta. Una di queste è la dislocazione della figura nello spazio sull’asse obliqua: ciò determina, conseguentemente a quella continua variazione di registro espressivo che è propria al pittore pur nella sostanziale unità dell’opera, il manifestarsi di un senso di apparizione della figura, o di precarietà, di raccoglimento, di determinazione o d’ansia come di chi scruta, interrogandolo, un destino che sfugge (…)
Un destino storico di dolorosa attualità nel nostro tempo, e alla cui urgenza neanche un pittore incline a trasferire ogni eco del reale nel distacco della visione, ha inteso sottrarsi.
“La pittura di Longaretti. Una delle rarissime lezioni di questi nostri travagliati anni infecondi”, Trento Longaretti, Serrone della Villa Reale, Monza, 2002
Paola Artoni
Longaretti dipinge, popolando le sue tele di madri, famiglie di viandanti, musicisti girovaghi. Il mondo sembra inghiottire l’uomo, le guerre infiammano i cieli e bruciano le città. A questo punto si deve necessariamente prendere una posizione: si potrebbero ingrossare le fila di chi vuole sparare (con i fatti o con le parole), oppure ci si potrebbe defilare, congedandosi dall’impegno e dal dolore, scegliendo di sparire. Longaretti ha sempre preferito esserci, come testimone, e soprattutto ha preferito sperare. Sperare che il cammino fatto insieme sia un cammino di solidarietà e di comune partecipazione. Sperare, contro ogni evidenza, che il Bene sia più forte del male e della violenza. Sperare che il destino dell’uomo sia tra le mani di Qualcuno più forte dell’ingiustizia e dei soprusi (…)
Se una notte d’inverno un pittore, Trento Longaretti, Palazzo Veneziano, Malborghetto (Udine), 2002-2003
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