Antologia critica
Riccardo Barletta
(…) Una alchemica immersione per cercare ciò che anima il grembo originario dell’Essere. La Stimmung incantata che si avvale di sfumature, vibrazioni, trasalimenti, estinzioni e risorgenze. Insomma: un “inconscio naturale” che la vita meccanica e stereotipata ci aveva fatto dimenticare. Discepolo di Ajmone e suo amico, Enzo Maio deve aver molto amato Vincent Van Gogh. I suoi tronchi ignudi che predilige sembrano metafore dell’uomo d’oggi, sperduto in una foresta incomprensibile, il cui quotidiano tragitto è un labirinto senza uscite. Alberi senza rami e senza fronde, duri e ignudi testimoni di uno spazio incerto, crepuscolare diario di un mondo e di un tempo meccanicamente schizomorfi. (…)
Presentazione catalogo “Enzo Maio. Magie boschive”, Acqui Terme, 1993
Marina De Stasio
(…) La materia, soprattutto nei dipinti più recenti, contribuisce a dare profondità al quadro, a istituire una terza dimensione, che prima non c’era; è uno spazio che si apre, che affonda o avanza in superficie, ma comunque crea un percorso dentro il quadro, invita lo sguardo a incamminarsi, a cercare una sua via. Questo paesaggio familiare e sempre nuovo che ritorna nella pittura di Maio, è paesaggio di bosco e pianura, di terra e di cespugli, ma c’è nell’aria la presenza del fiume, quasi la sua voce; si leva sullo sfondo l’argine, sentito come barriera, riparo, e insieme come limite verso l’ignoto.
Tratto da catalogo “Enzo Maio. 10 dipinti”, Volterra, 1999
Cristina Palmieri
(…) La natura è il suo universo; con essa egli instaura un dialogo che non è più soltanto percettivo (quindi cromatico), ma soprattutto sensitivo. Sulle sue tele ogni dato naturalistico e realistico viene rivissuto attraverso la propria suggestione, divenendo quello che suole definirsi “correlativo oggettivo”, cioè simbolo di una condizione interiore che trova espressione in una pittura del tutto personale e particolare.
Questa ricerca di una visione naturale caricata delle proprie emozioni conduce infatti Maio ad utilizzare tecniche espressive particolarissime. La natura viene riscoperta proprio attraverso e dentro la materia, attraverso un tessuto segnico che si compone di macchie, di sottili trasparenze, di incastri cromatici sapientemente giocati su nuances sempre tra loro in armonia. (…)
Ed anche se ogni elemento sembra conservare ancora le proprie caratteristiche naturali, esso acquisisce tuttavia qualcosa di arcano e spirituale, divenendo quasi un rifugio immaginativo, la possibilità di un intimo dialogo tra percezione ed emozione. (…)Presentazione catalogo “Enzo Maio”, Varese, 2000
Stefano Crespi
(…) L’occasione figurativa (in un punto qualunque, in una deriva del tempo, dell’ora) diventa figura essenziale. Il piano del quadro è costituito dal fiume (Sesia), dal greto, dagli alberi, da un accenno di sfondo. Il tutto scorciato su di un taglio frontale (mentale). (…)
Il correlativo del tempo è il colore (bellissimo) che è la Sehnsucht, il perpetuum mobile nell’unità dell’immagine: dall’albore dei rosa, al meriggio dei gialli, all’assenza dei grigi, alle diafane nostalgie degli azzurri, al notturno dei blu. I colori diventano il viaggio attorno a un’assenza, a una lontananza: con la bella espressione di Roland Barthes, l’andare alla ricerca di un «amore inesprimibile».Presentazione catalogo “Enzo Maio. Il tempo e la pagina immobile”, Volterra, 2001
Rossana Bossaglia
(…) L’emozione che produce in noi questa pittura (povera nel senso più elementare del termine, essendo realizzata su cartone con una tavolozza minimamente variata) è soprattutto quella di cogliervi una moderna realtà paesaggistica, dove natura e tecnica si mescolano e sovrappongono, l’una svapora nell’altra come se si corrispondessero e riemergessero volta a volta da un sonno beato. La mancanza deliberata di presenze umane, questa notte incombente e questa alba senza animazione vitale rendono comunque fortemente simboliche le sequenze di immagini, sempre simili l’una all’altra ma sempre in trasformazione: come se l’ambiente o l’universo che esse descrivono fossero la testimonianza di un vuoto profondo da cui dopo emergerà la vita: o, se si vuole, di un vuoto dove la vita piomberà e svanirà.
Certo si tratta di inquietanti metafore, che l’artista rielabora via via modificandone gli effetti con le sottili variazioni del segno e della tavolozza. Ed è davvero incredibile ed emozionante che le minime modifiche iconografiche ci consentano nuovi sussulti e nuovi turbamenti.Presentazione catalogo “Enzo Maio. Terra acqua”, Maccagno, 2004
Enrico Giustacchini
(…) Egli si affida, per cominciare, all’assolutezza del nero. Effonde sulla tela macchie robuste, con un movimento musicale, largo e maestoso. A prima vista, parrebbe di cogliere l’eco di un omaggio alle domestiche pratiche dell’arte d’ombre, o a consolidati codici calligrafici. A prima vista. Perché in realtà non vi è nulla di meno contiguo alla lucida definitezza degl’inchiostri di questo nero che s’intride di mille sfumature cromatiche, che lievita di materie gorgoglianti, che riverbera barlumi di luce, quasi fosse pervaso da infiniti frammenti di specchi.
Maio elabora le sue rinnovate visioni in strutture poderose, libere e liberate, in cui i confini si frantumano volentieri in un pulviscolo impalpabile, esplosivo come una stella morente, un’irresistibile deflagrazione gioiosa. (…)Presentazione catalogo “In 3. Alda Merini, Giuliano Grittini, Enzo Maio”, Legnano, 2006
Marco Rosci
(…) vidi Maio nei suoi quadri o meglio lo sentii da un lato come intriso, simbiotico, pulsante con la vita della natura (una natura poco “pittoresca”, piana, quotidiana nel trascorrere intatto e intangibile e incondizionato delle stagioni), ma dall’altro anche lucidamente conscio della ricchezza e dell’affinamento sia intellettuale che operativo materiale che il secolo alle nostre spalle ha offerto all’operatore visivo qualunque sia stata la sua scelta linguistica. (…)
Presentazione catalogo “Enzo Maio. Alberi monumentali della Valle d’Aosta”, Aosta, 2006
Stefano Crespi
(...) Nei quadri di questo ciclo di Enzo Maio c’è il giro di condizione umana e poetica: tra luogo prossimo e remoto, tra epifanie e infiniti congedi. La realtà che sfugge, che lividamente si svuota, si ritrova qui nel gesto dell’opera dipinta: dall’albore al tramonto, dai rosa ai blu, dall’assenza dei grigi alla vertigine dei gialli. C’è l'idea di viaggio come proteso a un primordio o alla fine, in un continuo atto vivente.
Presentazione catalogo “Enzo Maio. 2000 – 2005”, Milano, 2007
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