DANIELA NENCIULESCU

Opere

Note biografiche

Antologia critica

 

Luigi Cavadini

(…) La modulazione della superficie è più insistita e resa più profonda dall’incupirsi del grigio, nell’intento di dar vita ad una atmosfera più densa, quasi palpabile. Su di essa ecco l’emergenza della “figura”, presenza indistinta che mima la fatica di un trasbordo, che rimanda solo presagi di luce, lasciando avvolto nel mistero tutto quello che può essere oltre… La realtà del presente si incontra con l’ignoto, con un futuro ermetico, ambiguo e sfuggente cui solo si possono affidare tenui speranze. L’agitazione interiore dell’artista si fa visibile e fluttua tra il lento sobbollire della superficie e quegli affioramenti che cercano esiti nuovi e più articolate emozioni. (…)

Presentazione catalogo mostra “Daniela Nenciulescu – Valdi Spagnulo. Dialogo”, Milano, 1996

Luigi Cavadini

(…) In coerenza con questo discorso che Daniela Nenciulescu sviluppa ormai da alcuni anni si pongono le opere più recenti che hanno come filo conduttore la figura del mitologico Caronte. Un Caronte invisibile, per la verità, che si identifica con il suo compito di traghettare l’uomo attraverso le nebbie dei fiumi infernali verso un qualcosa che non può che essere limpido e luminoso.

Emerge allora sul corrugato grigiore la frattura della tela – immaginaria figura che è uomo e barca insieme – che richiama su di sé tutta la luce possibile, moltiplicandone i riflessi e ammorbidendo l’atmosfera cupa che incombe. Nel contrasto che si genera risiede tutta la pregnanza di un messaggio che è misterioso ma che ciascuno può comprendere guardando nel profondo dentro di sé. (…)

Presentazione catalogo mostra “Daniela Nenciulescu. Nelle nebbie con Caronte”, Siena, 1997

Elisabetta Longari

(…) Predilige la serialità degli oggetti e la sfrutta a proprio vantaggio.

Parte appunto da “famiglie” di forme, siano serbatoi, timoni o marmitte (che lei chiama con il loro nome più poetico: silenziatori), per poi rendere, con differenti interventi di taglio, ogni “scultura” particolare e diversa. Esegue delle variazioni sul tema.

È singolare che scelga spesso forme attraversate da tubi. Tubi che creano rimandi, stabiliscono collegamenti tra un “membro e l’altro della famiglia”, come cordoni ombelicali interrotti che funzionano anche da canali, da passaggi di energia che aprono le forme allo spazio. (…)

Daniela taglia, apre le forme per vederne l’interno, per vederci attraverso, dentro e oltre. Svuota parzialmente le “sue” forme d’acciaio (i serbatoi), le ferisce e le “farcisce” con inserti di materiale estraneo (alluminio chiaro e riflettente) e con alcuni resti della loro stessa “pelle”. Instaura un nascosto gioco basato anche sulla natura dei materiali: acciaio e alluminio rispondono in modo diverso alla luce. Nello spazio interno, segreto aperto dalla lacerazione, orienta queste “lingue” che si incontrano, si respingono, s’intersecano, si protendono, cozzano fra loro e si ritraggono; dà loro movimenti che le fanno sembrare vive come fiamme. I lembi – difficili, acuti, quasi pericolosi (niente di più lontano dalla morbidezza di un panneggio) – hanno una loro terribilità, anche. (…)

Ma a Daniela interessa anche “l’effetto-esercito” che le sue sculture, uguali “nell’uniforme” ma diverse “nel cuore”, causano con la loro disposizione nello spazio dell’installazione. Come a suggerire un loro possibile moltiplicarsi all’infinito. (…)

Eccoci di nuovo al concetto di ripetizione, alla serialità che produce senso. Anche la preghiera è una pratica che richiede ripetizione. E il fatto che la preghiera sia qui compiuta dalle macchine significa che Daniela le ha restituite alla loro natura primaria: l’essere estensioni delle braccia umane.

Il progresso tecnologico non ha coinciso con il progresso spirituale.

Nell’opera di Nenciulescu invece sembra accadere. (…)

Presentazione catalogo mostra “Daniela Nenciulescu. L’essenziale è invisibile agli occhi”, Milano, 1999

Armando Ginesi

(…) Ora il discorso sembra farsi più sottile – e la poetica dell’artista con esso – modificandosi il senso del viaggio dall’atto alla potenza (per dirla con Aristotele), ossia non vivendolo emozionalmente come un verificarsi reale, ma come una possibilità, una latenza, che di certo ampliano e rendono più forte la concentrazione simbolica. Il viaggio è spostato, dalla dimensione del dinamismo vero a quella dell’attesa del suo verificarsi. Ed è in questa attesa che, in modo particolare, a me sembra rappresenti uno dei momenti più significativi e più alti della capacità espressiva dell’artista rumena, perché in essa sono rattenute le emozioni più forti e le vibrazioni sentimentali che ne scaturiscono. (…)

Presentazione catalogo mostra “Gabriella Benedini – Daniela Nenciulescu. Tra Oriente e Occidente”, Venezia, 2001

Martina Corgnati

(…) L’intervento della Nenciulescu comincia di qui ed è un intervento che si articola tutto sotto il segno del negativo, “per via di levare”. Levare cosa? La compattezza di una forma e quindi la probabilità di una funzione. La lamiera viene portata fuori contesto, tagliata e sezionata in gabbie, cornici e filamenti anche, così sottili da dispiegarsi senza alcun peso in uno spazio pieno di minacce e di metafore.

Il fatto che la prassi fondamentale secondo Daniela sia quella del tagliare è confermata dal lavoro eseguito sulle carte, sfibrate piuttosto che segnate, fino a raggiungere il giusto grado di permeabilità spaziale, di leggerezza e di martirio. Molto orientale, in questo, Daniela Nenciulescu, per la raffinatezza che non esita di fronte a niente pur di ottenere il livello di perfezione, di artificio, di plasticità richieste dal suo originalissimo approccio a false superfici. Taglio allora, disarticolazione del senso primario, insinuazione di uno spazio che contagia facilmente l’ambiente intero, il luogo, in altre parole, in cui ci muoviamo anche noi mettendo ogni cura nel cercare di evitare i pericoli che l’artista dissemina ad ogni angolo e in ogni punta, come in un bosco. L’immagine non è inappropriata. L’artista sembra ricordare volentieri il mondo vegetale, lo slancio libero ed aereo degli alberi, l’inchino dei giunchi e degli arbusti sull’acqua dolce, l’affacciarsi allo spazio incerto e musicale dei fiori. Le sue sono forme sempre discontinue, permeate di vuoto, intrise di interruzioni e sospensioni che determinano un ritmo alternato, un ritmo di solchi e di convessità, di luci e di ombre, di fibre a prevalenza verticale disposte nella rarefatta indeterminatezza del tessuto spaziale. (…)

In questo caso, cioè per quanto riguarda le opere presentate nella mostra presente, Lo spirito cortese, si tratta di raggiere, quasi filamentose (ma in realtà si tratta di lastre di acciaio ritagliate e piegate, senza nessuna saldatura, come la Nenciulescu sottolinea con orgoglio) e dominate da una testa, una sorta di alta e sottile “vedetta” spaziale. Corpi esili, tentativamente protesi nella dimensione aerea in modo tale da rispondere alle forze e tensioni gravitazionali attraverso una specie di messa-in-scena di energie contrapposte, centrifuga e centripeta, statica e cinetica, positiva e negativa. (…)

Ma cortese, e anche virtuosistica, è anche la paradigmatica serietà con cui questi esili elementi lineari esplorano le direzioni e gli equilibri dello spazio, inseguendosi l’uno dopo l’altro, a canone, come il fraseggio ritmico di un’invenzione a più voci. (…)

Presentazione catalogo mostra “Daniela Nenciulescu. Lo spirito cortese”, Milano, 2003

Rachele Ferrario

Agglomerati e rampe. Sono i temi che hanno ispirato Daniela Nenciulescu nella creazione del nuovo ciclo di sculture, tubi di acciaio, giunture meccaniche e “sezioni aeree” quasi ricamate nel vuoto e ottenute dall’incedere della roditrice sulla lastra. Posate a terra nello studio tra gli attrezzi di lavoro senza la base sulla quale verranno appoggiate nella mostra, si offrono alla visione con leggerezza, il tratto curvo del tubo, l’angolo che piega brusco quasi a novanta gradi, la tensione che sbilancia volutamente la composizione nella parte estrema, la struttura a T da cui nascono sequenze ritmiche di quattro, cinque elementi filiformi, ottenuti da fogli di acciaio piegati con le mani e bloccati con l’aiuto di una morsa. Agglomerati – li ha definiti l’artista – che nascono dall’immediatezza dell’idea nel modo in cui accade in una parte della ricerca scultorea contemporanea con la quale Nenciulescu condivide anche la maniacalità nella sovrapposizione delle parti e la molteplicità dei punti di vista. (…)

Presentazione catalogo “Daniela Nenciulescu. Alibi d’acciaio”, Solcio di Lesa, 2005

Angela Madesani

A proposito del lavoro di Daniela Nenciulescu raramente si è utilizzato l’aggettivo autobiografico. Certo potrebbe apparire inopportuno, di fronte a grandi e piccole sculture di acciaio, scomodare la sua storia personale. Ma credo sia arrivato il momento di farlo.
Un primo indizio è con i grandi silenziatori, che utilizza ormai da diversi anni. Si tratta di elementi industriali di acciaio, di grosse marmitte che qui verranno installate come se fossero i ballerini di una danza popolare rumena, la Hora. È, davvero, la prima volta che Daniela torna alla cultura di cui è figlia, alla storia delle sue origini, del suo paese da cui è scappata, esule alla fine degli anni sessanta.
È come se volesse trovare un filo rosso all’interno del suo percorso. Si tratta di uno scavo, di una ricerca nella profondità della sua memoria, dei suoi ricordi, della sua spiritualità più recondita. (…)
E qui arriviamo al nocciolo della questione. In tutta la sua ricerca è una tensione alla libertà, alla spoliazione da una coercizione dal corpo, certo, ma ancor prima dall’anima. (...)
Nenciulescu apre, scava, vuole liberare, entrare nella profondità delle cose. Nei suoi lavori è alternanza di pieni e di vuoti. Gli oggetti a cui dà vita potrebbero continuare. (...)

Presentazione catalogo “Daniela Nenciulescu. Utopie tridimensionali”, Milano, 2006

 


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