GIANCARLO OSSOLA

Opere

Note biografiche

Antologia critica

 

Claudio Rizzi

(…) Nella fabbrica dismessa, nella villa abbandonata, Ossola si immerge e vive la propria essenza. Cerca, rovista, scruta. Trova la storia, l’assenza testimone di qualcosa che esisteva, la tradizione tradita, il senso dell’uomo: troppe volte emigrato; il senso prima dell’uomo.
Ragiona col tempo, ripercorre antichi racconti, si cala in una misura diversa: non esisteva Internet, c’era il camino e si dialogava lì. (…)
Grande rigore. Forse, persino altra epoca. Ma Ossola crede ancora nel pittore facitore del proprio lavoro. Nella totalità, prima e dopo. Così i suoi pennelli sono riposti come nuovi dopo l’uso, nel lento rituale di rispetto dello strumento; e la tavolozza ritorna lucida, pulita e oliata, pronta per domani, senza traccia di ieri.
Sembra perfezionismo. È tecnica. Anche nella gestione, nella programmazione del lavoro. Un tempo esisteva la bottega dell’artista. Oggi l’artista è solo in bottega. È bene organizzarsi. Così, con minuziosa cura, segue direttamente ogni correlazione. La cornice, la foto, la programmazione della mostra, l’edizione del catalogo. (…)
Profilo d’artista, 2002

Claudio Cerritelli

(…) In queste recenti opere, che rappresentano fabbriche, stanze e arredi interni, Ossola non smentisce il suo spiccato senso del reale, l’invenzione di stati d’animo e di luce, le dinamiche controverse del segno pittorico, la vocazione scenografica degli ambienti e la totale adesione alle magie del quotidiano.
Si tratta di forme dipinte con stile inconfondibile, preciso e allusivo, descrittivo e fugace, dove elementi ben riconoscibili sono collocati in un orizzonte apparentemente stabile, in realtà vissuti come tracce di pura immaginazione, identità misteriose che vagano nella solitudine dello spazio, nell’aria vaporosa che circola intorno alle cose. (…)
Spazi disabitati dall’uomo, parvenze velate del pensiero, ombre intrise di luce, allegorie provvisorie del visibile: questi recenti dipinti di Ossola continuano l’esplorazione dello spazio a livello esistenziale, uno spazio sfuggente e ossessivo, senza riferimenti e dimensioni certe, carico di una realtà fantastica che è stata ed è la sfida più avvincente della sua concezione pittorica.
Giancarlo Ossola – Fabbriche, stanze e interni di luce, Milano, 2004

Alberto Pellegatta

(…) Certo ciò che colpisce dei quadri esposti è il ritorno di un segno nervoso, depistante e potente, ma questo non è lo stesso furore degli anni Settanta. Se quella era la potente ricerca di un trentenne, questa è l’opera frontale. Ciò che ci offre, al di là dei temi che hanno avuto ormai molti imitatori, è una ricerca costante sulle possibilità stesse del mezzo pittorico, e non come squisito esercizio di stile ma come indagine sui significati intravisti nelle cose, sui sentimenti appena percepibili. Gli oggetti (il letto, lo scaffale, la bottiglia) compongono la scena, ma è lo sguardo ciò che il pittore ci propone, non le cose, tra lontananze congelate e ripide salite. Trova il fuoco dell’immagine e lo dipinge dissolvendo nelle pennellate i misteri luminosi della notte, agitando furiosamente la materia livida nei pavimenti ripidi, nelle lenzuola che conservano il movimento degli amanti. È mosso e forte, furibondo, il nuovo Ossola, ma questa inquietudine è del tutto inedita. (…)
Giancarlo Ossola, Milano, 2005

Maria Cristina Ricciardi

(…) i campi d’attenzione di Ossola ci proiettano, nella dimensione grandiosa e terribile della catastrofe, tutta la morfologia travagliata del nostro tempo. Di esso l’artista si fa testimone e protagonista, attraverso la tensione tonale dei suoi quadri, l’impeto delle sue fughe prospettiche, la veloce emotività impressa alla pennellata: scenografie urbane, vedute dell’hinterland milanese, fabbriche abbandonate, fonderie, cantieri, depositi, silenziosi interni domestici, ritratti d’ambiente, spazi allo stesso tempo spaventosi e cari, misteriosi ed inquieti, osservati con attenzione e familiarità, luoghi reali, in cui l’assenza della figura umana nulla toglie al vissuto che essi comunicano, tanto più affascinanti perché raccontano in una amplificata dimensione interiore il tempo che vi è trascorso, l’apparenza instabile delle cose, l’assenza di una verità assoluta e l’ansia di identità che accompagna il nostro vivere. (…)
Giancarlo Ossola – Campi d’attenzione, Teramo, 2005

Sergio Troisi

(…) Sono queste antinomie che nutrono la pittura di Giancarlo Ossola: la percezione e il sentimento che nel mutamento delle città si annidi lo spettro della malinconia, e che tra gli spazi svuotati e resi precari e incerti dall’abbandono si apparecchi un palcoscenico per la recita – per l’occasione sommessa e discreta, appena un brusio o una breve corrente d’aria tra le imposte divelte e i vetri fracassati – del tempo. (…)
Con una gamma cromatica ricondotta a poche tonalità – bruni, ocre, bianchi sporchi, grigi appena ravvivati talvolta da singoli tocchi rossi o arancio; e soprattutto i neri, di volta in volta smaltati, opachi o corrosi – Ossola tesse il proprio arazzo su un telaio solido di geometrie: gli ambienti sono hangar, fabbriche dismesse, scantinati e depositi dove qualcuno (o qualcosa) ha ammassato alla rinfusa oggetti e arredi dimenticandoli poi in quelle cataste provvisorie e traballanti dove si è smarrita la memoria di ogni gesto, e dove la familiarità quotidiana delle cose si è dileguata lasciando dietro di sé delle spoglie inermi e vuote. (…)
Giancarlo Ossola, Palermo, 2007

 


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