Antologia critica
Renato Guttuso
(…) il tuo lavoro offre già alcuni elementi sicuri per giudicare delle tue doti non comuni. Non si può non essere colpiti dalla sicurezza in cui il tuo segno, le tue note di colore definiscono un paesaggio, una figura, un interno nei suoi tratti essenziali; del piglio con cui il tuo disegno ha la capacità di penetrare la forma, di indagarla con precisione, senza cadere nell’analisi minuziosamente accademica. (…)
Testo in “Antonio Pedretti”, Galleria L’Angle Aigu, Bruxelles, 1972
Marco Meneguzzo
(…) E’ indubbio che la pittura di Pedretti sia pittura di paesaggio – e quanto egli debba a certo naturalismo lombardo non viene certo nascosto -: il fatto oggi sorprendente è piuttosto che questo paesaggio vuol essere paesaggio di natura e non, ancora una volta, paesaggio d’arte. (…)
Non attraversamento delle immagini e della storia dell’arte, non analisi e il tormento sugli strumenti ultimi della pittura, ma un referente antico e nuovo al contempo, un tentativo di rivitalizzaree di riannodare fili forse non totalmente recisi con certa tradizione, specialmente d’impianto romantico. Le trasparenze che Pedretti raggiunge attraverso ripetute colate di resine e di pittura sono trasparenze che possono ricordare persino i cieli tiepoleschi, ma anche il cielo lombardo. (…)
Testo in “Antonio Pedretti”, Il luogo di Gauss, Milano, 1983
Enrico Crispolti
(…) Tutto è scoperto nel lavoro di Pedretti, perché evidenti, candidamente direi, vi risultano le intenzioni, le scelte, il suo appartarsi e garantirsi, senza scantonamenti, uno spazio di riflessione colloquiale, tutto proprio e solitario; disinquinato non soltanto in senso ecologico, ma direi in senso sociologico, e anche rispetto alle pressioni del sistema dell’arte, evidentemente. La natura è un universo, per Pedretti, è il suo universo; nulla sembra aver luogo né peso per il suo immaginare oltre quei confini d’un dialogo il più spesso assai ravvicinato, e comunque sempre avvertito non soltanto percettivamente, in qualità ottiche (cromatiche, ecc., di erbe e fioriture), ma anche in qualità materiche, d’intrisione sensitiva, di umorosa compenetrazione e macerazione. Altre volte il suo sguardo è sì più distanziato, fino a suggerire una profondità di paesaggio.
(…) grafia pittorica entro la materia cromatica addensata. La pittura di Pedretti è infatti materica sostanzialmente, direi di base, ma non materiosamente corposa. Agisce linearmente attraverso il colore. La macerazione materica vi è centellinata insomma linearmente, in un effetto quasi pulviscolare. Un intrico fittissimo di grafie la innerva, e la vivifica in quanto immagine. (…)
Testo in “Antonio Pedretti”, Palazzo dei Diamanti, Centro Attività Visive, Ferrara, 1992
Enzo Fabiani
(…) E sono quadri davanti ai quali non è affatto necessario rammemorare eventuali agganci o filiazioni, gruppi di appartenenza o di eredità: semplicemente credo sia doveroso dire che Antonio Pedretti è davvero l’inventore poetico di quel “color palude” (o padule o cielo o fiore o montagna che sia) in quanto ha saputo farlo suo proprio: anche se ovviamente e altrettanto doveroso per lui il ringraziare con la dovuta umiltà “li maggior sui”: tra i quali io metterei per primo il Buon Dio, che inventò fiori ed acque e monti forse pensando proprio ad artisti come il nostro giovane maestro lombardo.
Testo in “Antonio Pedretti”, Galleria Ghiggini, Varese, 1993
Marco Goldin
(…) Pedretti disegna come un naufrago; colui che salva dalla tempesta l’ultimo segno della vita, ne trattiene il sembiante prima dello scivolamento fatale. Così il lago è lo spazio della vita e dell’inabissarsi, in anticipo sulla forma formante e dopo la forma dispersa. A questo tende la sua mano: alla resistenza della sinopia, al mancato dilavamento di tutto, perché ancora un respiro si fissi. In questo modo gli è più congeniale il disegno, che è stare abbracciato, avvinghiato, graffiando della vita anche l’estrema polpa e sostanza, il residuo del muschio e della corteccia. Disegna per trattenere lo scarto del legno, l’alga dimenticata, la luce riflessa perduta. (…)
Ecco, dunque, cos’è il disegno per Antonio Pedretti, e perché viene prima della pittura; perché è tempo eterno e non tempo di una semplice rivelazione. Parola mai inavvertita, ma che sale da un tempo lontano, da uno spazio profondo, abitato nel corso di millenni. (…)
Per questo Pedretti torna indietro, e il suo disegno non è fatto di accumulo, come la pittura, ma è opera di levare, di cancellare, ridurre alla sostanza prima. Addirittura ritrovarla intatta, scoprirla e riconoscerla. Per questo non può accettare che il disegno si spinga tanto più in là, gli faccia varcare quelle colonne d’Ercole dell’assenza della mimesi. Con il disegno vuole anzi riconoscere, rendere leggibile e intellegibile, vuole mostrare. Vuole che la forma sia dalla profondità di uno sguardo, e che quello stesso sguardo le dia la vita, le soffi il respiro.
(…) E se nella pittura egli intende occupare gli spazi, renderli vivi con la presenza, nel disegno moltiplica i vuoti, lascia non percorso il bianco del foglio. E solo una colatura, molte colature, perché della notte perenne, poco più sopra, spiova, in gocce rapprese, una notte intermittente che non si specchia, ma offre della sua potenza, del suo eroico, coprente dilagare, il senso dell’assenza. (…)
Testo in “Antonio Pedretti. Opere su carta”, Electa, Milano, 1998
Vittorio Sgarbi
(…) Antonio Pedretti è una vera “sentinella” del sentimento della natura, guardiano dello spirito del mondo, sacerdote di quella laica religione che è stata una volta di Turner, Constable, Friedrich, Monet, Van Gogh, Gaugin, Cézanne. Pedretti è lombardo, e chi conosce la storia dell’arte italiana moderna sa bene che la scuola pittorica lombarda è stata quella che fra Ottocento e Novecento, più di ogni altra, ha sviluppato in Italia i discorsi paralleli della modernità e del sentimento della natura. Previati, Segantini, De Grubicy, Longoni, Pelizza da Volpedo, Morbelli, ovvero i maggiori portatori della grande innovazione divisionista, sono stati eccezionali cultori del sentimento della natura, sviluppandolo secondo accezioni simboliste che non di rado sfociano nel terreno del mistico.
Dopo il Futurismo e “Novecento”, dopo la rivoluzione iconoclasta e il rappel a un nuovo stile classico, il ritorno al sentimento della natura si riafferma con tutta la sua forza fra i pittori lombardi attraverso il Chiarismo di Del Bon, Lilloni, Spilinbergo, De Rocchi; e ancora nel Dopoguerra, il “naturismo” di Morlotti e di Chighine riesce a proseguire nel modo più efficace, conducendo gli iniziali presupposti espressionisti nei termini di un aggiornatissimo eloquio informale. Pedretti è figlio consapevole e rispettoso di questa genealogia artistica, di questa formidabile tradizione lombarda verso un modernismo ancora bisognoso di confrontarsi con la natura.
Non che quello di Pedretti sia un “naturismo” lombardo privo di profondo radicamento nel suo humus spirituale, un “naturismo” restrospettivo, citativo, compiaciutamente dedito all’esibizione dell’essere partecipe di una storia artistica già così brillante. Al contrario, Pedretti si sforza di rimettere in gioco la pittura “di natura”, di ridiscuterne l’identità con le evoluzioni, materiali e ideologiche, che ha subito nel frattempo il concetto di modernità. Ne ottiene un discorso lirico di estrema densità ispirativa, ricco di appassionanti investigazioni formali e di intense motivazioni individuali, nel quale il tema prediletto dell’habitat di palude costituisce anche metaforicamente l’approdo a un mutamento di coscienza collettiva che non può più concepire la natura come ai tempi di Segantini o di Del Bon. (…)
Testo in “Antonio Pedretti - Color Palude”, Montefiore Conca (Forlì), 1999
Achille Bonito Oliva
(…) In Pedretti l’indistinto è proprio questo, la figurazione che sfuma verso l’astrazione, la vita verso la morte, il corpo verso i fumi delle pire innalzate per le cremazioni.
Il pittore non documenta necessariamente tutto questo ma riesce a creare nelle sue superfici un campo di sospetti visivi in cui non prevale la contrapposizione ma piuttosto l’intreccio e l’integrazione. (…)
Certamente il bisogno della creazione nasce da un desiderio di immortalità che determina la necessità di lasciare un segno racchiuso in una esemplarità capace di sfidare l’irresistibilità del tempo. In questo senso l’arte sfida la morte e assume la cadenza di un conflitto che non riguarda la mondanità bensì una profonda esigenza.
Forse è anche il segno di riconoscimentoprofondo di ogni precedente creazione: il microcosmo dell’opera contro il macrocosmo. (…)
Testo in “Azzurro Amazzonia - Antonio Pedretti, Arthur Omar”, Museo Nacional Bellas Artes, Sanbtiago del Cile, 2002
Giovanni Faccenda
L’universo acqueo di Antonio Pedretti emerge ancora grondante di materia informe per depositarsi lieve sul supporto. Consiste in un momentaneo stato della coscienza subito sopraffatto dal sorgere di nuove sensazioni. Fenomeni in rapida dissolvenza o soltanto affioranti dalla memoria. Apparizioni e dileguamenti istantanei.
Le tinte sfumano l’una nell’altra; le linee divengono indistinte vanificando i confini fra cielo e acqua, terra e canneti.
Gli elementi si fondono originando atmosfere sature di umori vegetali. Improvvisamente dalla caligine appare un tronco, un giunco, un ciuffo d’erba. Come trascinati dalla corrente o emersi dalla nebbia. Si avverte nella pittura il trasalimento inatteso provocato dal tonfo sordo di un sasso che cade in acqua turbando la quiete intorno. Accade qualcosa che, a un tratto, interrompe la fluidità dell’atmosfera. Si delinea una forma, un corpo assume rilievo creando un oggetto sul fondale.
(...) La pittura procede per sottrazioni successive, tende all’assoluto agendo anche sulla consistenza fisica.
La materia solitamente così rigogliosa, si corrode; si secca entro sottili rivoli fino ad annullarsi del tutto, lasciando trasparire il supporto. Prende vita un mondo in continua evoluzione, dove l’incessante riferimento al fluire delle acque è simbolo di mutamento e rigenerazione. Gocciolamenti, colature, dissoluzioni di elementi che, giungendo a contatto, si tramutano l’uno nell’altro. Notazioni cromatiche, ora trasparenti ora cupe, sconfinano nelle tinte cinerine del cielo. L’ambiente naturale osservato in riva al lago subisce una metamorfosi che ne stravolge l’aspetto fisico scandendone, però, la dimensione transitoria. Procedimenti legati a una definizione temporale piuttosto che all’individuazione di spazi reali. Stati istantanei susseguenti, attimi densi di emozione colti nell’indeterminatezza della visione. (…)
Presentazione catalogo mostra “Naturalismo esistenziale”, Roma, luglio-agosto 2005
Claudio Rizzi
(…) Antonio Pedretti è nato sulle radici della propria indole. Ha permeato linfa e humus di casa sua. Ha viaggiato, ha percorso il mondo ma non si è mai allontanato. Non ha cercato felicità altrove, consapevole di crescere immerso nella propria terra. Con immagine di grande naturalezza, Pedretti dice di essere nato là in quella casa alla foce del fiume, sulle rive del lago; e di essere subito caduto in acqua. Così l’origine e la vita hanno assunto confidenza.
Pittore per intima esigenza, nemmeno il tempo di scoprire la vocazione, Pedretti disegna e dipinge il circostante. Il sentimento della natura diviene anima del suo fare pittura. (...)Presentazione catalogo “Antonio Pedretti. Radici di identità”, Maccagno, 2006
Stefano Crespi
(...) Nella visita ad Antonio Pedretti, davanti ai quadri, nel luogo biografico, espressivo della sua pittura, mi è sembrato di ritrovare, improvvisamente, quasi in modo irriflesso, una situazione poetica che rappresentò un momento incidentale quanto memorabile (e fu per me, lungo gli anni un riferimento di incontri, quasi d’affetto). Certamente nel leggere i quadri occorre non smarrire la relazione con le categorie storiografiche, formali; l’analogia poetica traduce, “tradisce” positivamente la pittura, la sposta nel grembo della parola, in una verità più segreta e oscura. (...)
Quello che occorre ribadire è che il pittore crea, invera un luogo: lo spazio, la materia, l’ossessione, la luce, il segno, quella incessante «probabilità» linguistica che diventa “sconfinata” “improbabilità” poetica.
Nell’assedio disperante, ma anche nell’atto non abdicante, amoroso di questa pittura c’è una consapevolezza: la caduta del racconto, l’eclisse del simbolo; non c’è un’imago mundi da rispecchiare. In una bella e rara intervista (con Gottardo Ortelli, artista varesino prematuramente scomparso nel 2003), Antonio Pedretti ha un’espressione sintomatica. Parla di un «sentimento laico» nella pittura: a dire di una condizione, anche umanamente commovente, di una pittura non confortata da metafisiche, da codici situazionali. La pittura è traccia di una presenza, viaggio da un’origine perduta: lingua senza parola.
A confermare la natura e la visione di questo luogo pittorico, e quasi per uno scrupolo, si possono richiamare alcuni punti della bibliografia che, da posizioni diverse, ribadiscono l’evento espressivo dell’immagine. (...)Tratto da “Antonio Pedretti”, 2007
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