Antologia critica
Simonetta Gorreri
(...) Quando entro nello studio di Raffaele, sento che lui è nel senso delle cose di adesso, che ha l’eclettismo instabile, dei giorni nostri. Vedo il passaggio del tempo raccontato con una impazienza scattante, vedo altri discorsi legati da storie che si fanno più urgenti. I segni di fondo si accavallano, strano, qui in mezzo alla campagna, martellanti come ossessioni da grandi metropoli, i rigonfiamenti, le imbottiture di gommapiuma, sono gravide di colore, rettangolari, rotonde, schiacciate. Eppure l’aria del gioco è presente, di colore rosa. Espressionismo e introversione, energia e tenerezza, un’arte compatta e liquida nello stesso tempo, una ingenuità inquietante. Situerei queste opere in un’area di pittura extra-urbana, dove convengono violenze lontane e paesaggi interni, pastellosi, un ambito dove gli è stato possibile elaborare un racconto personale, un ritorno all’area individuale, con la stessa matrice, anche se con aspetti meno intellettualistici e introversi, di alcuni recentissimi gruppi romani (Dessì, Ceccobelli, ecc...). (...) Nei lavori più recenti ci sono successive stratificazioni, un buttare fuori cose che stanno “sopra” e altre che restano “sotto”, come se si fossero formati diversi piani di aggregazione creativa. L’alfabeto veloce e teso è più riconoscibile nella lettura stratificata. Le superfici non sono importanti, ma importante è ciò che emerge dalle superfici, quello che provoca il rigonfiamento, l’uscire fuori e anche un certo sbandamento. (...)
Presentazione catalogo”Raffaele Penna. Opere Recenti”, Osmate, 1986
Anna Mancini
Il nuovo ciclo di lavori di Raffaele Penna nasce dal metodo più riflessivo. I lavori presuppongono un progetto che si dipana su una superficie che non si basta più e si trasforma in un susseguirsi di costruzioni, di strutture collegate da fili che “riparano” la superficie crepata, che “trattengono” echi di storia, frammenti di scrittura mai esplicita. Penna preme “dal di dentro” la superficie che rompe i suoi confini fisici e si fa rigonfia, s’accartoccia, si tesse intricata, si scava “vuoti-nido”.
L’operazione non è mai ambigua, né avventurosa, l’energia plastica che è “sotto” è trattenuta da una introflessione lucida e sensuale, tenace e delicata. I materiali si prestano come controfigura nel territorio dell’immaginario dove Penna coglie e sedimenta i moti esistenziali. Il suo linguaggio cifrato diventa esplicito, il suo territorio ci è familiare. È riconoscersi, comunicare, è riappropriazione di emozioni nostre, latenti. In questo bailamme tragicamente indifferente e sordo che è il quotidiano, non è esperienza da poco trovarsi raccontati con lucidità e commozione morale oltre che con grande raffinatezza estetica.1990, citato in catalogo “Raffaele Penna… un giorno dopo l’altro…”, Gavirate, 2005
Emma Zanella Manara
Raffaele Penna dispone i suoi pannelli modularmente, a dittico nel caso più semplice, o in serie virtualmente infinite. Questa esigenza di esporre, e dunque di pensare, in sequenza come se la singola opera potesse moltiplicarsi replicando se stessa, è legata nell’artista tanto alla necessità del “fare grande”, della superficie estesa che non si dà limiti e impedimenti alla propria espansione, quanto soprattutto all’esigenza di aderire all’architettura condividendone in tutto la solida realtà.
I moduli di Penna si vanno così evidenziando quali grandi “muri”, grandi pareti dalla forte costruttività resa ancor più evidente dalle materie manipolate e dal processo creativo che può essere genericamente definito “per stratificazione e successivo scoprimento”. (...)1991, citato in catalogo “Raffaele Penna… un giorno dopo l’altro…”, Gavirate, 2005
Debora Ferrari
(...) L’arte che si fa oggetto d’arte è un’arte che si ribella e grida di voler esistere. L’arte come dato esistenziale, non razionale. E la materia la si domina solo se si è capaci di obbedirle, di metterla in sintonia col proprio corpo che è ritmo, misura, tempo.
Il filo che conduce qui Raffaele Penna, a questo punto dell’arte contemporanea, parte da molto lontano, dagli antichi popoli abitanti l’Apulia in quelle chiare case contro il cielo blu, da quelle architetture romaniche in pietra leccese chiara e porosa, e passa attraverso le esperienze del barocco che in ogni piccolo sazio sfida la legge terrestre e lo riempie di materia danzante, recupera Raffaello e Veronesi, in un mare di rimandi geometrici e proporzionali, trascinando con sé cimose dell’Arte Concreta e di certa Arte Povera fino ad avere un occhio per alcune ricerche ancora in atto oltreoceano nel contesto post-minimal. (...)
Penna non copia, fa. Le sue opere tessute di percorsi filiformi, talvolta come scrittura, talvolta come onda e duna, nel discorso monocromo, mantengono il rapporto tra bidimensionalità e spessore dell’opera (che in certi casi diviene quasi scultura), hanno una dimensione spazio-temporale, la prima per collocarla, la seconda per leggerla. Ed è forse la dimensione più forte nelle opere di Penna. Un tempo relativo, non assoluto, che è quello impiegato per correre entro tutti quegli intrecci di filo e cotone e pigmenti, e riuscirne trasformati, dopo un duro scontro con l’opacità della materia e l’ostruzione che questa fa per condurre alla pienezza dell’opera.
La forte oggettualità di Penna, la sua scabra superficie trapassata, reca sì messaggi archetipici, non databili e costringibili entro gli argini del certo. (...)Presentazione catalogo “Raffaele Penna. Nuova pelle”, Sesto Calende, 1994
Roberto Borghi
(...) L’evidenza intesa come caratteristica essenziale della segretezza, nelle opere di Raffaele Penna, assume la forma di una lacerazione esibita, di uno squarcio sottoposto frontalmente allo sguardo. In questa scelta di una prospettiva frontale non c’è tracotanza, ma solo il desiderio di rendere il più limpido e familiare possibile ciò che non può essere rivelato. Il segreto rifugge dal sospetto: nulla è più evidente di ciò che, per essere affermato, non ha bisogno di prove. Il segreto delle opere di Penna è indeducibile e, per questa ragione, assoluto.
Un segreto non si “apre”, ma si “dischiude”. Anche i segreti di Penna - le verità celate nei solchi che costellano le sue opere - non si aprono mai totalmente allo sguardo: dei fili, sebbene allentati, impediscono alla vista di indagarne il “contenuto”. C’è sempre, nella percezione della segretezza, una forma di pudore che non contrasta con il suo dover essere esplicita. (...)Presentazione catalogo “Raffaele Penna. Segreti”, Milano, 2002
Debora Ferrari
(...) Di fronte a percorsi di materia e filo (sia esso cotone o rame), la simbologia e la metafora si fanno avanti spontaneamente.
La materia come elemento terreno e umano, il filo come elemento spirituale che, trapassando la realtà, unisce idealmente il cielo e la terra, le forze infernali con quelle celesti, l’immanente con il trascendentale, come è in quasi tutte le culture mitologiche.
Ma la forte novità dell’arte contemporanea è nell’immaginario, liberato. (Dalle incisioni rupestri all’Impressionismo quanti commenti patetici e poetici e strutturalisti e formalisti hanno oggettivizzato il mondo dell’arte!) e poi ci corre alla mente quel mito di Aracne, trasformata in insetto per aver voluto sfidare una dea nell’arte del tessere! (...)
Spazio e tempo si alternano in fitte trame e intrecci di umori, cromie, profondità, superfici, prospettive. Fuori/dentro si gioca l’esistenza in ripetuti tentativi di ritrovare, a ritroso, il senso di innesto col creato. L’ago dentro/fuori attraversa in negativo e positivo la stoffa, congiunge e separa, lega e scioglie percorsi che si creano visivamente, metafore di energie, di sentimenti, di ricordi e voci. Il filo non per forza si può spezzare, talvolta metallico lascia tracce rugginose più potenti del legame effettivo. Calibrato ed equilibrato sempre, col ritmo e la misura, Penna è un poeta e un regista: articola i discorsi e li giostra in piccole quanto in ampie composizioni, dimostrando di saper lavorare con la sapienza di chi con l’arte annusa e assapora la vita, di chi l’arte la prende da dentro comunque fino all’essenza, fino al superamento dei limiti e alla creazione di nuovi mondi. (...)Presentazione catalogo “Raffaele Penna… un giorno dopo l’altro…”, Gavirate, 2005
Claudio Rizzi
(...) Senza raccontare mai nulla, Penna ha scritto pagine di diario interiore, Penelope della contemporaneità, ancor più, senza disfare niente.
Ha intessuto i giorni dell’animo, scolpito segni e sentimenti, lenito solchi per delineare suggestione.
L’intreccio esisteva già negli anni giovani e si proponeva in pittura, sovrapposizione di immagini, campiture allusive e fughe prospettiche.
Paesaggi della memoria e paesaggi dell’anima, sinfonie esistenziali ove colore e materia testimoniavano una traccia antica. Sedimentata nella terra arsa e nella luce del tramonto, nello spazio assorto a rileggere un passato inerte e rinnovare fiducia nel domani.
La tentazione della materia si era palesata presto e avvicendava allo sprone del colore oggetti e cose, brani di natura e di strumenti per scrivere metafore e intonare una poetica autentica, sommessa ma radicata. Anche il colore è una rondine di ritorno, talvolta arriva e talvolta si allontana. Eppure Penna è pittore sempre, nei rapporti tonali, nel ritmo dei segni, di greto, di roccia, di arsura. Un lampo di luce fende l’argilla, ne esalta l’anima, ne coglie la linfa. Un istante emotivo, una pagina di memoria.
Il segno è poi divenuto corda, metallo, legame, intreccio di appartenenza, di radice, filo logico che si snoda nel tempo e ripercorre e cuce lo spazio della vita.
Stoffe, stracci, garze, brandelli; corrosi, usurati da fatica e passione, avviliti e recuperati; strati di storia, di antico, di vero.
Trascorrono le mode ma Penna conosce e conserva l’intimo piacere del pensiero solitario, il silenzio del tufo e l’austerità dell’origine. Sfilano gli anni ebbri di una società convulsa, spavalda nella professione d’effimero ma Penna ancora, come greco antico, cerca se stesso, domande e risposte per conoscersi e riconoscere, dalla vetta del promontorio sul mare, l’orizzonte che si inarca e allude al mondo tondo. (...)Presentazione catalogo “Raffaele Penna. Il grande volo”, Lugano, 2008
Claudio Rizzi
(...) Ancora oggi grande parte del suo lavoro si risolve nella scrittura, dissimulata oppure ideografica, tensione autobiografica o racconto di umanità.
Come tavole della legge, come pergamene di saggezza, i suoi graffiti testimoniano il corso del tempo, i segni dell’uomo e le rughe dell’anima.
Ma tutto avviene nella massima semplicità, senza atteggiamento intellettuale, anzi nel recupero e nella nobilitazione del manufatto.
Penna conosce il senso delle cose povere, il sapore dell’antico, il riflesso della tradizione e reinterpreta i valori nella ruggine di luce, nella consunzione di trasparenza, nella vitalità di nuove accensioni. Ma non ne crea una teoria, semmai si compiace come un demiurgo dopo la magia.
Domina i materiali estraendone frutti come ha fatto su di sé, pilotando la propria vita dall’oggettività del quotidiano al rischio della soggettività. (...)Tratto da “Luci della ribalta”, Milano, 2009
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