Antologia critica
Domenico Montalto
(…) In molti dipinti di Pezzotti, solo vaghi corpi o tronchi anatomici mostrano infatti due cuori, metafore dei due respiri a cui attinge lo sguardo poetante del pittore, del suo essere anfibio fra altrettanti stadi antropologici, fra attualità e arcaismo fra atmosfere metropolitane ed echi tribali del vicino oriente. Nelle intriganti e apparentemente instabili composizioni di Pezzotti il cuore è emblema della soverchiante pulsione vitale della specie e del sesso, motore che procelle la linfa dell’universo (…)
Sulle tele e sulle carte di Pezzotti accadono nudità lustrali, abluzioni e aspersioni rituali, battesimi di sangue. Osserviamo sbocciare fiori enormi, sontuosi, inquietanti, incunaboli di nuovo eden. Assistiamo atterriti e impotenti a scarnificazioni, a mutilazioni al limite della completa deprivazione sensoriale, del black-out corporeo. Ammiriamo grembi di idee gravide di sole, scrigni della fertilità universale. Vediamo ieratici e erratici corpi costruiti col colore del fuoco, in un processo chimico-alchemico di smagrimento della materia cromatica, della quale restano - sulla superficie del supporto - solo tracce sommesse, labili impronte, essudati di sindone. Ricorre nella figurazione di Pezzotti, l’archetipo fiabesco del Graal e del vaso, o piuttosto del corpo-vaso; il corpo come regale vaso di Pandora al contrario, come pozzo non dei mali bensì dei segni, cioè delle infinite potenzialità di comunicazione che il soma, deposito di senso e dei sensi, riguarda quando viene sottratto - tramite un ritrovato, solenne rito di sangue - all’insidia apocalittica di questa civiltà artificiale della sostituzione biotecnologica, della protesi al silicio, dell’organismo - macchina. E tale risignificazione imperiosa ed ematica avviene sullo sfondo di trame e testure segniche fitte di grafie decorative, memorie dell’aniconicità cranica, degli ornamenti muliebri del Magreb, dei corpi dipinti tipici delle civiltà pastorali dell’atlante e del bacino del Niger. Spesso le figure di Pezzotti appaiono corredate di numeri, griglie di numeri tracciato col colore, sequenze di una personalissima tavola pitagorica del sogno che ripete - nel momento magico di quel rito rigenerante che è la pittura - l’arpeggio primordiale da cui scaturì il creato.(…)
Ma tutto ciò sarebbe mera citazione se non prendesse forma nell’incanto di una pittura non gestuale né materica bensì magra e quasi prosciugata, essenzialmente disegnativa, fatta di gialli acidi, di blu oltremarini, di rossi e ocre che evocano le infuocate falesie delle terre subsahariane, dei territori dove regna quel sole africano che per Pezzotti è il diapason della mente e dell’emozione. (…)
Tratto da catalogo “Giangi Pezzoti”, 2003
Luigi Marsiglia
Nelle opere di Giangi Pezzotti sussiste un’analogia simmetrica, una geometria intima di concordanza tra corpo e oggetti, quasi fossero quest’ultimi delle parvenze, immagini fantasma dotate di vitalità spirituale autonoma, come se possedessero facoltà indipendente di giudizio, di sguardo e sentimento. Questa coincidenza lineare travalica i nessi morfologici confluendo nel valore simbolico che rende il vaso parallelo al corpo umano, trasformandosi così in metafora mitologica, in recipiente raccoglitore di lacrime, di domande e pensieri finali. L’analogia penetra le linee, strutturando in maniera omogenea - secondo apparenze estetiche - l’uguaglianza nello spazio e nel tempo tra l’uomo e l’oggetto incorporato. (…)
Nelle opere di Giangi appare senza dubbio molto marcato l’aspetto esistenziale autobiografico, l’analisi verso le proprie vicende personali: ciò vale per tutti gli autori, dal più descrittivo al più impermeabile e votato a uno sterile naturalismo di superficie; non poteva quindi essere diversamente per un artista invasivo del profondo, dove il corpo traspare come “vaso d’elezione” per il ricongiungimento con l’essenza universale al di là di ogni luogo e tempo. (…)
Tratto da catalogo “Giangi Pezzoti”, Lorenzelli Arte, 2003
Guido Oldani
(…) Le modulazioni decorative, gli orditi tappeti visti mille volte, le orlature di vesti e di arabeschi, l’al di là della costa che è ormai un al di qua in una confusionaria fiera delle anime, entrano invece nel corpo di questo pittore a darsi in canone naturale, suo malgrado a gioco forza, in un animo atavicamente padano. E’ così che contrariamente all’abitudine odierna, in cui ogni incontro con culture terze significa soltanto uno sgomberarsiall’altrui malincerta presenza, qui, si diceva, questo non accade. Il pittore è così concentrato da sé stesso, d’aver trovato un nuovo baricentro interpretativo e culturale piuttosto favorevole.
Tratto da catalogo “Giangi Pezzoti”, 2003
Giorgio Agnisola
Una forte tensione simbolica caratterizza le immagini recenti di Giangi Pezzotti: una tensione che sembra trarre origine da un bisogno quasi ossessivo di interpretare la propria esistenza, di leggerla nel suo specchio interiore, per esorcizzare i fantasmi, di raccogliere i segni del passato come sul lettino del psicoanalista, per ricomporre una natura del presente che sia parallelamente ricerca di sé e sua liberazione. (…)
A volte l’Artista sottolinea questo clima di pensosità sommessa, introversa, in cui l'immaginazione riduce il suo registro errante in un dialogo interno ed un tentativo sempre vigilato di dare un senso alle cose, attraverso il filtro della propria sensibilità, del proprio bisogno vitale. In questo contesto assumono un significato preciso il silenzioso calice dell’offerta, il cuore doppio che vibra come una doppia identità che può legare due esseri in uno e viceversa dividere un essere in due: assumono il valore di una spiegazione mediata e intimista dell’esistenza filtrata attraverso le stratigrafie dell’inconscio. (…)
Tratto da catalogo “Giangi Pezzoti”, 2003