Antologia critica
Maria Grazia Recanati
(…) Ho pensato subito, dal mio primo incontro con la pittura di Savelli, di trovarmi di fronte ad un vero poeta e non posso invocare ora altra parola, che meglio riassuma il grumo di sensazioni sgorganti dall’opera dell’artista, non altra se non questa semplice e abusata, densissima parola: poesia. (…)
La riflessione di Savelli ha inizio là dove il contenuto si stempera nella ricerca formale di un micro-universo narrante, là dove l’immagine si scioglie, si “abstrae” nel magma prezioso del colore, che nei quadri sembra conservare il ricordo dei migliori pensieri klimtiani sul paesaggio boschivo, o di certi impasti dorati del primo Kandinsky. Mai di mimesi si tratta, ma di una costante ri-creazione esercitata su intimi processi organici, che attraversano la realtà di natura. (…)
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli”, Agrate Brianza, 1992
Marina De Stasio
Guardando certe grandi tele recenti di Alessandro Savelli, si ha la sensazione di incontrare la pittura nel momento del suo farsi: la forma esce dal magma della materia, il distinto dall’indistinto, dal nero emerge il colore, sontuoso e lucente.
C’è la memoria di un paesaggio dietro l’immagine che affiora, e l’emozione di un tramonto: gli eventi del giorno scorrono verso il silenzio, il tumulto del vivere si placa gradatamente.
La linea dell’orizzonte divide alto e basso, ma qui finiscono le certezze: terra e cielo si specchiano l’uno nell’altra, la terra si riconosce nelle nuvole, l’acqua accoglie e fa suoi i colori dell’aria. (…)
Negli ultimi anni la pittura si è fatta meno inquieta, l’immagine si stende in ritmi più pacificati, tende a semplificarsi in campiture più nette e definite.
Il movimento è spesso in orizzontale, l’andamento sinuoso della pennellata è il fiume del tempo; a volte c’è invece un moto ascensionale, come di vapori colorati che salendo si espandono. (…)
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli”, Novara, 1993
Angelo Bay
(…) Forme e colori costituiscono solo dei suggerimenti: non vogliono quindi definire lo spazio ed il suo contenuto, ma piuttosto evocare, lanciando svariati messaggi e stimoli. Qualcosa vien detto, molto di più rimane nascosto: dietro le forme sta tutto ciò che noi dobbiamo recuperare in prima persona, e siamo spinti a farlo poiché si avverte la presenza di un mistero oltre l’ostacolo visuale, si percepiscono gli infiniti spazi al di là della siepe. Il mondo è grande e viene ridotto in una piccola cosa, in un piccolo spezzato frammento che acquista un valore autonomo grazie agli stimoli e alle curiosità che può suscitare. I quadri di Savelli, in quanto suggerimenti, richiedono una attiva collaborazione da parte dello spettatore che pazientemente e serenamente deve perdersi nell’opera, lasciarsi suggestionare per assorbirla. (…)
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli – Tornare ad essere semplici”, Milano, 1994
Elisabetta Longari
(…) Quella di Savelli è una pittura che mette a nudo la natura problematica della visione. Protagonista quindi non è il paesaggio, ma il movimento dello sguardo, le sue avventure, i suoi percorsi, il suo farsi percezione nell’avvenimento della pittura. Ma la visione è qualcosa di complesso, legata a fattori non soltanto puramente ottici. I poeti sanno che c’è un “occhio interiore”, un organo costituito da più rarefatte zone del sé: memoria, intuizione, coscienza, inconscio…
La visione è conoscenza.
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli - Attraverso”, Milano, 1999
Luigi Cavadini
Una pittura che sa di materia. Anzi di materie. Perché in essa tutto sembra richiamare alla tattilità, tutto rimanda a memorie di contatti, di relazioni, di sostanze vissute e - perché no? - godute. Così i “paesaggi mentali” di Savelli sollecitano l’attenzione: “paesaggi”, perché in essi sono riconoscibili più livelli di lettura, più superfici che si dispongono ora in orizzontale ora in verticale, perché rimandano a visioni che comunque hanno a che fare con il digradare degli spazi; “mentali”, perché la visione e la percezione di spazi e luoghi è ormai lontana e l’elaborazione espressiva non fa che recuperare dal profondo sedimentazioni successive di immagini acquisite nel tempo che interagiscono e generano nuove suggestioni e nuove visioni, virtuali visioni, astratte visioni. (…)
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli”, Carona, 2002
Claudio Rizzi
(…) Savelli nella carta traccia, plasma, scolpisce e dipinge il mondo. Interiore, inconscio, sognatore, estasiato: eppure un valore morale trapela seppure frenato dalla grande misura della dignità, quasi pudicizia del non mostrarsi tutto, nel conservare velo, schermo o corazza che sia. Un valore morale antico, o meglio d’altro tempo, allorché l’etica riconduceva alla filosofia e non alla retorica. Più che al tessuto letterario, benché si ravvedano toni genetici di fiaba, epica e leggenda, il lavoro di Savelli si accosta al territorio del teatro.
Dramma è rappresentazione scenica e il sipario si alza su palcoscenico di paesaggio visionario ove ombre delle luci e luci delle ombre animano proiezioni di fantasia e testimonianze di memoria; baleni di passione e razionali simboli di serena indicazione. Savelli scava la lastra come substrato del mondo, affronta l’incisione come ricerca delle radici; tra inchiostri e pigmenti si inoltra nel tempo, spazia nei solchi dell’umanità, sogna in solitudine luoghi felici altrove.
Presentazione catalogo mostra “Alessando Savelli. Paesaggi e cieli”, Seregno, 2002
Stefano Crespi
(…) Nelle infinite sintassi dei linguaggi dell’oggi, la scelta di Savelli è per un discorso che nasce pittorico (come il poetico nasce metrico e non sintattico). Non l’immagine suscita il ritmo, la cadenza, il tempo; ma il ritmo, l’aura, l’oscurità e l’enigma naturale della notte generano l’immagine, la trama creativa in uno spazio e in un tempo fluttuanti. Là c’è la natura con i significati, la rappresentazione, i codici del giorno. Qui c’è la notte nel suo senso intraducibile.
(…) In questa direzione si apre, nella pittura di Savelli, tutto il discorso dei colori. Non appartengono i colori alle evidenze sensoriali, all’empirismo tradizionale. Appartengono a una legislazione interna, a una polifonia musicale in un’armonia interna di colori, numeri, toni: dall’oscurità alla luce, dalla luce all’oscurità, dal giorno alla notte. Lo scatto dei rossi, le diafane nostalgie degli azzurri, la peribilità dei viola, l’espressionismo dei gialli, i neri notturni, quella bellissima assenza dei grigi. (…)
Presentazione catalogo mostra “Alessandro Savelli. Trent’anni – dipinti 1974-2004”, Desio, 2004
Sabrina Arosio
(…) Guardare in alto, un cielo nero, magari privo di stelle può creare un senso di smarrimento, anche esistenziale. Ricercare le stelle significa voler trovare punti di riferimento. Ma in fondo a Savelli piace più sentirsi in balia del sentimento che non arrovellarsi nei meandri della pura razionalità. (…)
I Cieli neri narrano esperienze profonde, dicono dei segreti di Savelli secondo cui la notte che non è mai oscura, ma lirica, culla per sguardi che bramano di correre da un punto all’altro della volta celeste, seguendo, come si denota nei lavori, l’intelligente sviluppo orizzontale dell’intervento creativo che di consuetudine attraversa le composizioni creando nuovi e possibili orizzonti. Ma le prospettive di lettura (e dunque le suggestioni) sono infinite, proprio come nello spazio che sfugge a tentativi maldestri di dimensionamento. (…)Presentazione catalogo “Alessandro Savelli. Notturni”, Seregno, 2006
Claudio Rizzi
(…) E proprio l’infinito è nitidamente percepibile nel lavoro di Savelli. Il senso, l’imperscrutabilità, l’annullamento della dimensione, assumono riconoscibilità quasi fossero descritti e si tratta invece di evanescenza ed evocazione. (…)
L’essenza del giardino, titolo frequente nel corso dell’opera di Savelli, si riconosce nel lessico di questa pittura, si evidenzia nell’infiorescenza immaginifica delle volute di colore e delle allusioni espressive, si libera nella freschezza ondeggiante di segni e rimandi che tornano coerenti nel fluttuare del vento. (…)Presentazione catalogo “Alessandro Savelli. Sevidlam”, Milano, 2006