Antologia critica
Elena Pontiggia
Anche per Giorgio Vicentini la pittura è l’attesa di un’apparizione. Un’apparizione faticosa, che si fa strada, che viene alla luce (letteralmente) attraverso un’interrogazione radicale del colore. (…)
Non si tratta di un annullamento mistico: l’operazione di Vicentini è nitidamente razionale. E lo dimostra il fatto che le sue superfici non sono zone indistinte, ma sono sempre divise secondo sottili geometrie, per linee e piani, per angoli e bande. Siamo di fronte invece a una tabula rasa della visione; un toccare il “grado zero” dello sguardo per raggiungere una limpidezza cristallina (…)
1990
Francesco Tedeschi
(…) Il senso della misura guida l’elaborazione e la disposizione delle opere, superfici dipinte che sono anche “cose”, oggetti. Lo spazio architettonico ne risulta abitato con composizioni armoniche di due, quattro, otto pezzi in rapporto dimensionale fra di loro, con un metro di riferimento che si divide e si moltiplica, come in “sezione aurea” (…)
1990
Klaus Wolbert
(…) L’effetto di queste opere è allucinatorio e suggestivo. Lo sguardo è trascinato in uno spazio atmosferico in cui la luce si perde oppure, con tonalità chiare, viene colto dalle vibrazioni di strisce di colore luminose. (…)
1992
Luciano Caramel
(…) Senza dilatazioni metastoriche, ma oltre l’elevazione del contingente ed assoluto, Vicentini intende dichiarare la sua fede nelle possibilità del dipingere, che sa fondate anche sulle verità. Egli non crede, in altre parole, ad una pittura statuariamente immobile, ancorata a “superfici” non mutabili. (…)
1994
Flaminio Gualdoni
(…) Inquietante è la loro presenza, come inquieto, vischioso, aspro è il tono dei colori che le ricoprono, grigi, ocre, blu, verdi opachi, privati di ogni elemento seducente, eppure in grdo di imporsi all’occhio di chi guarda in virtù della loro forza sensibile, che scatena processi fantastici e immaginativi inediti. (…)
1998
Claudio Cerritelli
(…) Come sempre, in Vicentini, fare pittura è assecondare un evento che è presagio di altri accadimenti, spazio di attesa di diverse intensità, un fatto che gioca su automatismi e snodi mentali che emergono in un attimo, con quella necessaria perdita di controllo che non significa pura irrazionalità ma cura del corpo pittorico nei suoi movimenti dispersivi. (…)
Tra opacità e leggerezza, sulle ali della trasparenza e sospeso su densità terrestri, tra luce ed ombra, nell’opaco splendore del nero e oltre il suo oscuro presentimento: qui Vicentini fa della lavagna un insieme di superfici che si emozionano, che si trasformano nell’atto pittorico restituendo immagini sempre mutevoli, diversificate.
L’atto di segnare con il gessetto bianco tracce primarie esprime sempre un senso di appropriazione dello spazio che non ha regole, solo urgenze visibili nel gesto di staccare il segno dalla sua traiettoria. (...)Presentazione catalogo “Giorgio Vicentini. Errori Gravi”, Lugano, 1998
Martina Corgnati
(…) Giorgio Vicentini questa posizione estrema la riflette con intensità ma senza scivolare in un’identificazione che si risolverebbe soltanto in un momento di pura, semplice, deprecabile debolezza. Il creare le condizioni perché lo sguardo possa concentrarsi sulla rivelazione della luce in sé, la luce vuota, senza oggetto, nel suo lavoro è impegno tutto laico, che prescinde da tentazioni mistiche e, forse proprio per questa ragione, non perde di vista, non abdica alla materia, a trattarla, gestirla, persino costruirvi uno spazio. (…)
Presentazione catalogo “Giorgio Vicentini. Da Turner a Turrell”, Milano, 2001
Sergio Vanni
(…) Ottenuto, creato si potrebbe dire, lo spazio necessario, Vicentini passa a solcarlo con segni decisi di matita grassa, ottenendo forme, segni di immaginari alfabeti, tracce imperscrutabili, per passare infine all’operazione finale di dilatare, ammorbidire, confondere i segni tracciati con la gomma per cancellare, usata con leggerezza come uno strumento anch’essa, uno strumento adatto a rendere morbide le durezze della matita, estenuare in vibrazioni ritmiche la rigidità delle linee, rendere leggera, come il vapore appunto, l’immagine definitiva e dare al tutto un senso di equilibrio profondo, di una armonia alla quale finalmente approda l’inquietudine di partenza.
Presentazione catalogo “Giorgio Vicentini. Carte nascoste”, Roma, 2002
Claudio Cerritelli
Come sempre, Giorgio Vicentini affida ai bagliori della pittura il senso permanente del pensiero creativo, il racconto inesplicabile del colore svelato nelle ombre e nelle luci del suo incantesimo, nel gesto volante che si accende sulle sponde inquiete della vita.
Dopo anni di costruzioni verso l’altrove e di avventure nei densi umori della materia, dopo voli irripetibili oltre il perimetro dei sogni, una nuova favola avvince lo sguardo dell’artista alle prese con i propri fantasmi.
Si tratta di “scintille”, l’ultima metafora del dipingere sulla via coraggiosa del futuro, messaggio d’invenzione sul filo dell’immaginario in cui Vicentini raccoglie le tracce del suo tesoro ideale, la città della pittura attraverso il punto focale della piazza, spazio simbolico carico di memoria e di tempo illimitato. (...)
Da ogni punto di vista la visione si prolunga verso la profondità, dando risalto allo spazio in fuga, alle traiettorie che si rincorrono a non finire in una continua disseminazione di passaggi cromatici, in bilico sui bordi di ogni superficie, nel sottile magnetismo dei reciproci sconfinamenti. Vicentini gioca su misure diverse, sulle differenti energie cromatiche che esprimono potenzialità inafferrabili, sta al lettore entrare in azione con lo spazio tattile degli elementi, assimilare la discontinuità che affiora nella complessa struttura dell’installazione: come emerge dal colpo d’occhio del cielo che si alza a dismisura sopra l’orizzonte dei cartoni incisi e disegnati. Qui scatta il movimento ambivalente delle “scintille”, esse si avvicinano e si disperdono anche solo per un attimo, la loro velocità percettiva avvolge la piazza intera, in special modo il senso di sospensione del monolite, cilindro trasparente che contiene e diffonde colori tutt’intorno. (...)Presentazione catalogo “Rare scintille”, Castiglione Olona, 2006
Paolo Biscottini
Il gesto di Vicentini (ciò che resta di una lontana matrice informale) si è andato nel tempo liberando di ogni chiassosità, per raggiungere ambiti di silenzio assoluto. Qui l’emozione, il pulsare intenso della vita, l’innamoramento continuo (linfa vitale dell’esistere) e l’inevitabile crollo dell’illusione (il dolore è il risvolto dell’amore), paiono come trovare una loro equilibrata e possibile sospensione, suscitata da un lento processo di raffreddamento, cui contribuiscono certamente fasi esecutive distinte, in cui han valore i materiali, la loro sovrapposizione, le forbici, la stessa impaginazione.
La dimensione artigianale del fare si mescola all’alchimia del divenire all’interno di una progettualità tutta interiore, dominata dall’intuizione primaria e condotta da una forza istintiva che contempla il caso, pur riducendone i margini di ambiguità.
Ne scaturisce il tema, peraltro contraddittorio, di una pittura che aspira all’assoluto (colore crudo), ma si nutre di storie. Una pittura che tende ad un gesto totale (quello e nessun altro), ma ne sottintende infiniti: quelli del pittore, dell’artista-artigiano, ma anche dell’uomo che vive di un’intensa quotidianità.
Giorgio Vicentini è in questa contraddizione, fra l’ascetismo di un’arte sempre più rarefatta, dove il silenzio diviene il centro, la voce del fragore che scuote l’anima dell’artista e la storia della sua vita, la sua passionalità, il suo sentirsi esistere nella natura, nello spazio e soprattutto fra la gente, gli amici, la moglie e i figli.
Una pittura fredda che nasce dal calore, emana calore: una umanità densa e nobile che discorre con l’eterno intuito ed amato.Presentazione catalogo “Colore crudo”, Varese, 2007
Licia Spagnesi
(...) Per lui tela e colori sono solo il punto di partenza dell’inquieto processo di rinnovamento cui continua a sottoporre il proprio linguaggio. Di recente, dopo il legno e le lastre di zinco, è approdato ai fogli di poliestere. Il colore nasce così dentro la trasparenza di due lucenti, sottilissime valve di polifoil. L’artista lo distribuisce secondo un bozzetto, poi separa le valve di polifoil, le fa asciugare e ritaglia le forme-colore che si sono così ottenute. Quindi le applica su tela, componendole in modo che le forme trovino significato e risonanza nello spazio pittorico. Talvolta un fondo bianco può fare sì che la carica espressiva del colore puro assalga lo spettatore con violenza. Altrove una superficie grigia è divorata da una colata di rosso porpora, mentre altri lavori sono dominati da accordi tonali più delicati, preziosi di sapore antico. Per dare misura ai campi di forza che si instaurano tra gli accostamenti incalzanti, audaci di colore, l’artista introduce delle strisce rosse, bianche o nere che spezzano, animano, smorzano o intensificano. L’esuberanza del flusso emozionale è sempre controllata, la pittura astratta è ridotta all’essenza più pura, ma non è mai semplicemente decorativa. Il problema del contenuto resta fondamentale per Vicentini che consegna allo spettatore un messaggio di grande forza, quasi metafisico. (...)
Tratto da “La Provincia”, Varese, 2007